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L'Italia e ....

Il protezionismo argentino fa tremare anche l'Italia

Parte dall'energia la stretta dell'Argentina sulle compagnie straniere che hanno investito a prezzi stracciati durante l'era Menem.

redazione
venerdì 20 aprile 2012 21:46

Valerio Refat
Le nazionalizzazioni di YPF, azienda leader nel mercato argentino della raffinazione e della distribuzione di carburanti, e di YPF Gas, attiva nella distribuzione e nella commercializzazione del gas naturale, rappresentano uno schiaffo senza precedenti non solo alla Spagna di Mariano Rajoy, già provata dai colpi di una recessione durissima, ma all'intera leadership europea. Nello stesso momento in cui il presidente della Commissione Ue, Jose Manuel Barroso, e l'alto rappresentante per la politica estera dell'Unione, Catherine Ashton, minacciavano Buenos Aires di ritorsioni se fosse passata la linea dell'esproprio, i manager di Repsol, il gigante iberico degli idrocarburi che controllava YPF dal 1999, sono stati allontanati in maniera spiccia dai loro uffici. Poche ore dopo la presidente Cristina Fernandez Kirchner ha imposto una nuova governance alla compagnia, affidando il ruolo di commissario al ministro della Pianificazione economica Julio De Vido.
La decisione di affidare allo Stato il 51 per cento delle azioni della società e l'altro 49 per cento alle province che producono idrocarburi, nasce dal crescente deficit energetico argentino, tanto che nel 2011 le importazioni di idrocarburi hanno superato per la prima volta i 10 miliardi di dollari. Spaventata dalle conseguenze di un'inflazione a due cifre e da un Pil che nel 2012 supererà a fatica il 4 per cento, la Casa Rosada ha puntato il dito contro i vertici di Repsol, accusati di non investire nelle attività estrattive per mantenere i prezzi a livelli elevati, di aver prodotto un indebitamento record e di distribuire, a spese dei contribuenti argentini, dividendi spropositati agli azionisti.
Secondo la stampa statunitense, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la trattativa intavolata da Repsol per la vendita della maggioranza di YPF al colosso cinese Sinopec, tenendone all'oscuro il governo argentino. Altre fonti pongono in relazione l'esproprio con la scoperta, effettuata alla fine del 2010, di un enorme giacimento di gas e petrolio nell'area di Vaca Muerta, situata nel profondo nord, tale da rendere il Paese indipendente dal punto di vista energetico. Uno studio presentato un anno fa dal dipartimento Usa dell'Energia sostiene che l'Argentina sarebbe il terzo detentore mondiale di shale gas dopo Stati Uniti e Cina, ma non disporrebbe delle tecnologie in grado di sfruttarne il potenziale.
Repsol, che è l'ottavo produttore di idrocarburi a livello planetario e annovera tra i suoi azionisti i principali istituti di credito iberici, ha scalato YPF negli anni delle privatizzazioni selvagge messe in atto da Carlos Menem. Nel 1999 gli spagnoli si accordarono con il governo argentino per acquisire il controllo del 25 per cento del pacchetto azionario della società, raggiungendo il 57,4 negli anni successivi. Di fonte ai pesanti cali di borsa seguiti alla nazionalizzazione della filiale sudamericana e al conseguente declassamento da parte delle agenzie di rating, Repsol ha chiesto al governo argentino un indennizzo di 9 miliardi di dollari ma il giovane e rampante viceministro dell'Economia, Alex Kicillof, ha già fatto sapere che Buenos Aires non ha alcuna intenzione di pagare una cifra così alta. Il valore complessivo della compagnia, dimezzatosi nell'ultimo anno, è di poco inferiore ai 9 miliardi di dollari.
La clamorosa accelerazione impressa dalla Casa Rosada al dossier YPF, ha messo in agitazione le numerose aziende straniere che operano in Argentina, a cominciare da quelle italiane. Nei giorni convulsi che hanno preceduto la nazionalizzazione, il premier Mario Monti ha scritto una lettera alla Kirchner per chiedere misure in favore di Endesa Costanera ed Edesur, società controllate da Enel che, a causa del blocco delle tariffe elettriche messo in atto dal governo argentino, hanno mostrato difficoltà sempre più gravi e conti in rosso. Nell'ultimo anno anche Eni, Telecom e Techint hanno dovuto fare i conti con la stringente politica del governo sudamericano. Finora l'unica ritorsione concreta che l'Europa è riuscita a mettere in campo è l'esclusione dell'Argentina dalla missione che la Commissione Ue svolgerà tra qualche giorno in Sudamerica assieme ai rappresentanti delle grandi imprese europee. Intanto la Spagna di Rajoy, grande sconfitta della partita per YPF, si è dovuta accontentare della solidarietà del Dipartimento di Stato Usa, della Banca Mondiale e del Fmi. Al di là delle dichiarazioni bellicose di qualche ministro, l'impatto della crisi del debito sulle dissestate finanze di Madrid sconsiglia qualsiasi guerra commerciale con il Paese che rappresenta per le aziende iberiche il primo mercato estero in fatto di investimenti.