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Arabi in rivolta

Eccomi di nuovo, Gerusalemme

Tra i wine-bar di Tel Aviv ci si potrebbe illudere che i palestinesi non esistano più. E magari anche i coloni. A Ramallah però...

redazione
lunedì 23 aprile 2012 18:50

di Eric Salerno
Con questo articolo Eric Salerno, saggista e corrispondente dal Medio Oriente de "Il Messaggero", comincia la sua collaborazione con il Mondo di Annibale.

Shimon Peres, il presidente israeliano che più di ogni altro leader di questo paese ha lavorato per garantire la sua sicurezza (è a lui che Israele deve il fatto di essere l'unico paese nucleare del Medio Oriente) e allo stesso tempo per creare uno dei maggiori ostacoli alla pace, avendo autorizzato la politica degli insediamenti nei territori occupati, in un'ennesima intervista ha spiegato che il leader palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è una persona per bene. Un uomo che capisce la situazione. Un partner credibile. E che con lui, negli ultimi tre anni, sarebbe stato sicuramente possibile fare la pace. Colpa di chi, allora, il fatto che non sono stati compiuti passi in quella direzione. Del premier Netanyahu, ha ammesso Peres, il quale ha una strategia diversa per arrivare alla pace.
Tornare in questa parte del Medio Oriente dopo qualche mese di assenza e avendo trascorso molti anni a Gerusalemme e dintorni, è sempre interessante. L'atmosfera è surreale, più del solito. A Tel Aviv ho ritrovato la solita euforia. Il bel tempo ha riempito le spiagge. Discoteche, ristoranti e wine-bar sono sempre colmi. L'arte culinaria è di moda e quando non si parla di mangiare si discute delle prossime vacanze. Potrebbe essere l'Italia di qualche anno fa se non fosse per il fatto che i politici al governo, con bellicosi interventi quasi quotidiani, stanno abituando la popolazione alla possibilità - probabilità? - di una guerra contro l'Iran. Forse Netanyahu e il suo ministro della difesa Barak non daranno l'ordine di bombardare il nucleare di Teheran. Di sicuro il duo si serve della vicenda iraniana per lasciare alle spalle la questione palestinese. D'altronde, quel famoso muro che umilia i palestinesi, ha anche nascosto agli israeliani i loro vicini di casa. Se non si vedono, non si sentono, forse non esistono più. "L'unica cosa che fa paura agli israeliani - mi confessava amareggiato un noto docente universitario di Gerusalemme - è il terrorismo". Sicuramente il mio amico non vuole vedere un'altra Intifada di violenza ma si rende conto che in questo clima di tranquillità gli unici a vincere sono i coloni e i loro sostenitori.
Per capirlo, è sufficiente imboccare una delle tante strade costruite in mezzo ai territori occupati. Alcune riservate ai palestinesi (quando sono autorizzati a passare da un posto di controllo all'altro). I più nuovi per consentire ai settlers di raggiungere i loro insediamenti che crescono e sono sempre più belli. L'altro giorno hanno autorizzato nuove costruzioni su un terreno privato palestinese: i giornali ne hanno parlato, le ong pacifiste le hanno denunciate. E dopo ventiquattro ore, è ripiombato il silenzio.
I palestinesi, ormai, sono sempre più chiusi in ciò che rischia di diventare un futuro di bantustan. All'interno di città e villaggi all'ombra delle colonie israeliane, si sforzano di costruire una nuova vita. Sempre più moderna, tranquilla e ordinata. Ramallah è poche decine di chilometri a nord di Gerusalemme. Vi si arriva sulle strade controllate dagli israeliani e attraverso grandi barriere di cemento armato. E' un mondo diverso da soli cinque anni fa. E per molti versi specchia la realtà di Tel Aviv. Certo, non ci sono il Mediterraneo e la spiaggia di sabbia bianca, ma la classe media e la borghesia vecchia e nuova trova il modo di distrarsi nelle piscine, nelle palestre, nei ristoranti e anche in qualche wine-bar molto chic autorizzato nonostante le pressioni di Hamas e dei gruppi islamici più radicali. Anche a Ramallah, il conflitto e la lotta di liberazione si sono assopiti. Nessun ha accolto l'appello a una nuova intifada pacifica lanciato da Marwan Barghouti, il leader palestinese in carcere per scontare cinque ergastoli.
Quando chiedi a un giovane cosa intende fare per uscire dall'occupazione ed essere veramente padrone della propria esistenza, alza le spalle. "Aspettiamo", invece, la solita risposta di qualche anziano. "Il tempo gioca a nostro favore". E' la stessa cosa che ho sentito dire a molti israeliani, soprattutto a destra, per i quali un'eventuale nuovo conflitto regionale (prodotto da un attacco all'Iran?) potrebbe portare all'espulsione di tutti i palestinesi in Giordania. "Tanto è quel paese - il ritornello non nuovo di molti esponenti di governo - la vera, unica patria dei palestinesi".