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Arabi in rivolta

L'oblio sulla Primavera dei Cedri

La memoria è importante, ma per la Primavera dei Cedri non ce l'ha proprio nessuno. Strano?

redazione
domenica 15 marzo 2015 11:02

di R.C.

Dimenticare o ricordare? Ho letto molto spesso, sui giornali, quanto sia importante la memoria. Ma in occasione dei questa metà di marzo evidentemente ce ne siamo dimenticati. Quale occasione migliore per l'esercizio della memoria di questi giorni. Il 14 marzo del 2005 ben più di un milione di arabi libanesi di ogni confessione scendevano in piazza per dire no all'occupazione siriana imposta dagli Assad. Dunque un libanese su tre era in piazza quel giorno. E sapevano bene cosa rischiavano "manifestandosi". Il 15 marzo del 2011 quel vento arrivava a Damasco. E anche i siriani trovavano il coraggio di farlo, di scendere in piazza per dire no al regime degli Assad. Quale coraggio ci volesse lo abbiamo capito dopo: città rase al suole, centinaia di migliaia di morti, popolazioni private per centinaia di giorni di vitto, medicinali. Oggi in Siria ci sono 3,6 milioni di bambini che vagano tra le macerie, abbandonati, rimossi, randagi.

Dimenticare o ricordare? Ho letto molto spesso, sui giornali, quanto sia importante la memoria. Ma questo 2015 non si è dimostrato sin qui rorido di ricordi per i martiri libanesi. E sì che di martirio in questi tempi se ne parla, ma dei martiri libanesi uccisi per strada a Beirut, nel 2005, dieci anni fa, sotto i nostri occhi, non negli anfratti ridotti a inferi terreni del Califfato nero, ma tra vetrine di grandi marche e affollati caffè, non c'è traccia nella nostra memoria. Non c'è traccia di Georges Hawi, comunista e di famiglia cristiana, non c'è traccia di Samir Kassir, progressista e di famiglia cristiana, non c'è traccia di Pierre Gemayyel, liberale e di famiglia cristiana, non c'è traccia di Gebran Tueni, editore e di famiglia cristiana, non c'è traccia di Antoine Ghanem, deputato anche lui di famiglia cristiana. Ovviamente lo stesso vale per il deputato sunnita Aido. Questo sangue, come quello di Rafiq Hariri e di altri 22 esseri umani che viaggiavano con lui, ucciso per primo per le strade di Beirut, l'ex premier sunnita, non suscita riflessioni neanche dieci anni dopo. Né quello cristiano né quello musulmano, sangue dieci anni fa versato per un'idea, quella del vivere insieme.

Dimenticare o ricordare? Forse il punto è che ricordare questi martiri arabi della libertà, della democrazia, è scomodo, ci obbligherebbe ad andare al di là della conta tra "noi" e "loro". E già, ma chi siamo "noi"? E chi sono "loro"? Dove collocare le vittime gassate alla periferia di Damasco? Con "loro"? O con "noi"? E quei criminali che hanno sparato a Beirut, dieci anni fa? Cosa volevano? Cinque di loro sono rinviati a giudizio dal Tribunale Internazionale, sappiamo chi sono, chi li teleguidava. Eppure. Eppure il sangue di quei cittadini arabi, cristiani scesi in strada con i loro fratelli musulmani, è finito nel dimenticatoio.