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Europa

Hollande e la prémiere gauche

Altro che seconda e terza sinistra. Hollande ha vinto perché ha saputo parlare all'elettorato urbano.Ha saputo coagulare la sinistra. E i centristi hanno votato più per Sarkò.

redazione
martedì 8 maggio 2012 23:20

di Guido Moltedo
Quando in casa socialista partì la corsa verso l'Eliseo, dei possibili candidati alla presidenza François Hollande era meno gradito di Dominique Strauss-Kahn e di Martine Aubry alla deuxième gauche, la seconda sinistra, modernizzatrice, di matrice rocardiana. Inoltre, era guardato con diffidenza dalla troisième gauche, la terza sinistra ecologista ed europea. Ed era combattuto dalla sinistra comunista e popolare.
Eppure, osserva lo storico Vincent Duclert su Le Monde, «con una campagna di convinzione e di ascolto ha saputo riunire la diversité socialiste». Sì, sembrava il meno adatto a farlo, il grigio politico della Corrèze, eppure la chiave della sua vittoria è stata proprio «in questa sua capacità di coagulare a sinistra, senza rinnegare l'idea socialista». Non siamo alla riproposizione della gauche plurielle di Lionel Jospin, perché Hollande non ha ridotto il suo talento politico all'abilità di dialogare con le diverse anime della sinistra e di mobilitarle dietro la sua candidatura. Il candidato socialista è andato ben oltre il perimetro rappresentato dalla somma dei risultati ottenuti dalle varie liste di sinistra al primo turno. Perché ha saputo parlare alla parte più avanzata del paese, l'elettorato urbano, che poi è quello più arrabbiato con Sarkozy. «Questo voto a favore di François Hollande è innanzitutto un voto di opposizione contro Nicolas Sarkozy», nota Yves-Marie Cann, dell'istituto di sondaggi Csa. Hollande ha anche conquistato il sostegno di François Bayrou, ma «a titolo personale». Non una formula pudica, le parole usate dal leader del Modem.
Ma quasi letteralmente di questo si è trattato, se sono veri i dati del Csa, secondo i quali solo il 33 per cento degli elettori del bacino centrista ha votato per Hollande, mentre il 52 per cento ha preferito Sarkozy. Un risultato che rende molto meno determinante l'apporto centrista nel nuovo corso presidenziale. Difficile, infatti, alla luce di queste cifre, immaginare una designazione di Bayrou a primo ministro. Sarà piuttosto una scelta che segnerà in modo più preciso la via imboccata da Hollande, anche in vista delle incombenti elezioni legislative, un appuntamento dove ogni forza politica cercherà di massimizzare il suo peso parlamentare. E il Ps, dopo la vittoria di Hollande, non potrà non irrobustire la sua collocazione a sinistra. D'altra parte, oltre la Manica, una settimana fa anche dalle urne britanniche è venuto fuori un risultato lusinghiero per un partito che ha decisamente assunto posizioni che, ai tempi di Blair, sarebbero state considerate arcaiche: il Partito laburista di Ed Miliband, personaggio che «nella sua misteriosa calma, nel suo rifiuto di essere sovreccitato ricorda Hollande», come scrive Jackie Ashley sul Guardian.
Anche in Gran Bretagna, come in Francia, la sinistra ha capitalizzato sulla protesta nei confronti del premier tory. Per fortuna, non solo le forze dell'antipolitica s'ingrassano con l'incapacità dei governi di destra ad affrontare la crisi economica. Anche la sinistra ritrova smalto e riprende slancio. Ma a che prezzo? Volgendo lo sguardo al passato, tornando a paradigmi che nel corso degli ultimi decenni il blairismo, ma non solo, aveva tentato, anche con successo, di superare.
Certo, in Gran Bretagna, diversamente dalla Francia, il Partito laburista non è chiamato ad assumere scelte di governo. Forse accadrà presto, se finirà a precipizio la crisi che vive il governo Cameron, un'esperienza costellata da scandali e da episodi di incompetenza disastrosa. In Francia, invece, la prova del governo è immediata e non sarà facile, adesso, tradurre in atti conseguenti la promessa elettorale di investire nella crescita e di costringere l'Europa, la Germania in particolare, a cambiare rotta. Una Germania dove - nello Schleswig-Holstein - si è votato domenica scorsa, e dove c'è stato un sostanziale pareggio tra opposizione e coalizione di governo, inaspettatamente rinfrancata dal buon risultato dei liberali.
Adesso, si attende il voto di domenica prossima nel ben più importante Nordreno-Vestfalia, il più popoloso Land della Germania con 18 milioni di abitanti. I pirati sono all'assalto. Anche nello Schleswig-Holstein sono andati bene, ma la partita, nonostante tutto, resta appannaggio delle due principali squadre in campo, crisitiano-democratici e socialdemocratici.
Da paesi diversi, dunque, sembra arrivare il suono della stessa musica. Quella di un deciso ritorno alle vecchie famiglie politiche e ai loro principi fondativi, grandi partiti che si alternano al potere in un perfido gioco elettorale basato non tanto sul consenso, ma sulla protesta verso chi è al governo (Hollande e Miliband vincono, ma anche Rajoy in Spagna).
Uno scontro tutto dentro una crisi profonda e destinata a durare, nella quale l'obiettivo principale resta quello di contrastare il nichilismo politico. E che non consente il "lusso" di immaginare "terze vie" o altre alchimie nuoviste, possibili probabilmente, per la sinistra, solo nell'epoca delle vacche grasse.