Globalist:
 
Connetti
Utente:

Password:



L'Italia e ....

Crisi e suicidi: parla il sociologo Barbagli

E' vero che la crisi causa suicidi? Si può attribuire una smile decisione a una sola causa? Una riflessione controcorrente.

redazione
giovedì 10 maggio 2012 18:34

di Nicola Mirenzi
I giornali e le televisioni oramai non parlano d'altro: suicidi e crisi. Come se le due cose fossero legate indissolubilmente. E i primi dipendessero dalla seconda. La politica - sentitasi tirato in ballo, oppure gustando l'occasione ghiotta - ha seguito la scia. E così Antonio Di Pietro è arrivato ad accusare il presidente del consiglio Mario Monti di avere i morti sulla coscienza. Mentre Monti da par suo - anziché soprassedere - ha rigettato l'accusa «su chi reca la responsabilità della crisi», provocando l'ira dei parlamentari Pdl, quarantuno dei quali hanno chiesto un'interrogazione parlamentare al governo «per spiegare il significato della frase» incriminata.
Nessuno si è fermato a ragionare sull'assioma del teorema. È vero che la crisi economica ha fatto aumentare i suicidi? «No», spiega a Il Mondo di Annibale Marzio Barbagli, sociologo, autore di uno dei libri più completi sull'argomento, Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e Oriente (Mulino). «I media continuano a dare notizia di persone che si uccidono e attribuiscono a queste scelte drammatiche una causa economica», ragiona Barbagli. «Ma in realtà è impossibile spiegare un gesto complesso come il suicidio con una motivazione soltanto. Farlo è sbagliato di per sé».
Il professor Barbagli conosce bene le fonti che i giornali e le televisioni stanno usando per avvalorare la tesi che i suicidi per motivazioni economiche stanno crescendo. Si tratta delle statistiche messe a disposizione dall'Istat e compilate sulla base dei rapporti stilati dalle forze dell'ordine subito dopo aver accertato un caso di suicidio. Nei loro verbali i poliziotti e i carabinieri devono riportare anche le presunte cause del suicidio: cause affettive, economiche, eccetera. Lo fanno dopo aver parlato con i familiari dei suicidi ed essersi fatti un'idea di cosa sia successo. «Questi dati - fa notare Barbagli - sono del tutto inutilizzabili. Intanto perché in un terzo dei casi le forze dell'ordine non sono in grado di attribuire nemmeno una causa presunta al suicidio - e un dato che ha una lacuna tale non serve praticamente a nulla. Secondariamente perché le motivazioni che le persone care alle vittime possono dare ai poliziotti o ai carabinieri sono viziate dal fatto che i suicidi sono gesti intimi, di cui si può provare vergogna. Ragion per cui ognuno di loro da una spiegazione quando più accettabile all'esterno e non necessariamente vera».
L'errore più grave che queste rilevazioni però è «quello di prendere sul serio un vecchio sistema che già quando Durkheim scriveva era superato. Cioè quella di pensare che le persone si uccidano per una causa sola e per una causa facilmente definibile. Non è così».
Il professor Barbagli racconta che più volte ha chiesto ai responsabili dell'Istat di rimuovere dal loro sito questi dati sul suicidio, privi di qualsiasi valore scientifico. Consigliando di lasciare soltanto quelli che vengono dalle rilevazioni effettuate dall'autorità sanitaria. I quali riportano dei numeri molto diversi, essendo il frutto di una rilevazione più meditata e competente. Non è stato ascoltato. Così, anche la rivista Wired, che mercoledì ha pubblicato un'inchiesta con la quale ha tentato di "smascherare" la falsità del racconto giornalistico di queste settimane, sostenendo che non è vero che i suicidi per motivi economici stanno aumentando, commette un errore analogo, basando la sua analisi sui dati sbagliati e avvalorando l'idea che si possa parlare schematicamente di suicidi per motivi economici.
«La verità - dice Barbagli - è che noi potremo avere dati certi solo fra due anni. Nessuno al momento può dire cosa sta veramente succedendo. Ma nel frattempo è pericolosissimo affermare che la crisi fa ammazzare. Nella letteratura scientifica c'è un fenomeno noto come effetto Werther il quale mostra che quando i media dedicano un'attenzione morbosa ai casi di suicidio il numero dei suicidi cresce veramente. Succede per emulazione e perché televisioni e giornali a volte raccontano questi suicidi come se ci fosse una giusta causa».
Quando finiamo l'intervista il professor Barbagli mi invia tramite mail una rapporto stilato dall'Organizzazione mondiale della sanità (Preventing Suicide. A Resource for Media Professionals) nel quale sono contenute una serie di raccomandazioni ai giornalisti su come trattare l'argomento suicidio per scongiurare il pericolo emulazione. Regole che sono state completamente disattese in questi giorni. «L'interpretazione che sta circolando in Italia - ragiona Barbagli - è che nel nostro paese è in corso un'ondata di suicidi di protesta per l'incapacità della politica - sia essa rappresentata da Prodi, Berlusconi, Monti - di governare la crisi. Ciò è in linea con la tendenza in voga nel nostro paese di interpretare tutto come un conflitto tra le parti. In questo caso però la cosa è molto seria e ha effetti disastrosi. L'effetto Werther è pericoloso. Per nessuna ragione dovrebbe essere sottovaluto».
Il numero delle persone che si suicida in Italia oscilla ogni anno tra le 3800 e la 4000 all'anno. Sono numeri molto bassi se si confrontano con quelli di altri paesi europei (a fronte del 7 per cento italiano, secondo la rivista scientifica Lancet, c'è il 30 per cento della Federazione Russa, il 16,3 per cento della Francia, il 19, 4 del Belgio, 11,9 della Germania). Ancora, secondo i dati pubblicati da Lancet a marzo di quest'anno, in Italia il tasso dei suicidi dal 1995 al 2009 è diminuito. E anche se non è possibile avere dati accurati su ciò che è successo nel 2010 e nel 2011, il professor Barbagli ci fa notare che la crisi economica era già iniziata nel 2008: senza aver aumentato il numero dei suicidi, nemmeno in un altro paese al centro della tempesta finanziaria come la Grecia. Secondo il professor Barbagli, inoltre, «l'idea del suicidio come forma di protesta contro la politica che non riesce a gestire l'economia è un'idea estranea alla nostra cultura cattolica e cristiana. I suicidi di protesta sono un fenomeno molto più asiatico. Basta pensare ai suicidi politici dei monaci tibetani. Oppure - per tornare più vicini a casa nostra - al suicidio del ragazzo che si è dato fuoco a Tunisi innescando le rivolte arabe. Quello che succede da noi, però, non ha niente a che fare con questo»