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Hic sunt leones

Tratta dei neri: oggi come ieri

La 'tratta dei neri' sembra lontana, eppure ancora oggi molti africani sono ridotti in schiavitù. E, nonostante i trattati internazionali, sono ovunque: persino sui campi da calcio.

redazione
domenica 11 novembre 2012 10:16

di Davide Maggiore

È una delle norme più violate al mondo, eppure pochi potrebbero immaginarlo. "Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma". Così recita, da quel 10 dicembre 1948 in cui è entrata in vigore, la Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo. Ma proprio quell'articolo, il numero 4, è di fatto rimasto, nell'indifferenza generale, lettera morta. Quanti siano coloro che, letteralmente, provano sulla loro pelle questa affermazione è davvero impossibile da dire: le stime della varie organizzazioni specializzate - che usano, va detto, definizioni diverse di schiavitù - variano da 2,7 a oltre 100 milioni di persone. E naturalmente l'Africa non sfugge a questo fenomeno, nonostante siano passati più di due secoli dalle leggi britanniche del 1807 contro la 'tratta dei neri', e 125 anni dalla 'guerra alla schiavitù' auspicata dal cardinale Charles Lavigerie. Questo ecclesiastico, morto nel 1892, fu il fondatore della congregazione missionaria dei Padri Bianchi e può essere considerato a buon diritto uno dei grandi rappresentanti dell'azione anti-schiavista in Africa, sebbene il suo nome sia meno noto di quello del britannico David Livingstone.

Oggi, a sud del Mediterraneo e a nord del Capo di Buona Speranza, gli schiavi continuano ad essere ovunque. Sono uomini, come i braccianti che a volte finiscono per essere impiegati anche nei campi del meridione italiano. Sono donne, come le 'schiave del sesso', costrette a prostituirsi in Europa dalla violenza, dalle minacce o persino dalla convinzione - creata in loro dopo i riti del 'voodoo' - di poter cadere vittima di terribili maledizioni. Sono bambini, come quelli rapiti o reclutati a forza, e costretti a combattere - magari sotto l'effetto di droghe - in molti conflitti del continente (dall'Uganda alla Sierra Leone, passando per il Sudan, la Somalia e la Liberia, l'elenco dei casi presenti e passati è lungo). O come quelli affidati dai genitori - ad esempio in Senegal e Mali - ai 'marabut', ufficialmente maestri di scuole coraniche, che ne fanno dei mendicanti.

Schiavi possono essere trovati in Stati attraversati da crisi, come la Repubblica Democratica del Congo coi suoi giacimenti di coltan, oro e rame, ma anche in Paesi pacifici e storicamente stabili. E' il caso - ancora una volta legato alle miniere - della Tanzania, nel cui territorio si trova anche uno dei simboli più atroci della 'vecchia' tratta, il mercato degli schiavi di Zanzibar: questo condivideva la sua triste fama con l'isola senegalese di Gorée, da cui ripartivano le navi negriere.

A volte anche tra gli schiavi moderni arrivano echi di quelle pratiche antiche: in molte zone dell'Africa Occidentale si verificano rapimenti di bambini che poi vengono raggruppati e trasportati oltreconfine su camion, per essere destinati ai lavori più umili. Ancora i bambini sono protagonisti di un'altra piaga che non è rimasta confinata ai libri di storia: la servitù per debiti. La si può osservare - ad esempio - in Angola, dove chi si indebita deve talvolta lasciare che gli usurai sfruttino, a parziale copertura del debito, il lavoro di alcuni membri della famiglia. Ma anche popolazioni impegnate a chiedere la libertà non si fanno scrupolo di negarla ad altri esseri umani: è il caso di alcuni gruppi tuareg, che riducono i servitù altri africani - neri - detti 'haratines', destinati a trasmettere ai loro figli il vincolo.

Ma la schiavitù africana di oggi non è confinata - come già detto - a terre lontane. Le moderne navi negriere si chiamano 'carrette del mare': le condizioni della traversata del Mediterraneo, tentata ogni anno da centinaia di giovani, destinati spesso a lavori clandestini e sottopagati, non sono così diverse dal terribile viaggio attraverso l'Atlantico dei secoli passati. Gli schiavi di oggi sono però anche un formidabile aiuto per le economie 'sviluppate': con le loro paghe inesistenti contribuiscono a tenere basso il prezzo delle materie prime necessarie alle attività produttive. E, a volte, hanno anche un ruolo nel nostro divertimento: non sono pochi i giovani africani che calcano i campi di calcio delle categorie minori grazie a documenti falsi, dopo essere passati tra le mani dei trafficanti per lasciare i loro Paesi e inseguire il sogno della 'Serie A' o delle altre grandi leghe europee.

Se da noi dipende, almeno in parte, il problema, lo stesso può però dirsi per quanto riguarda la soluzione: è quanto sottolinea il vescovo di Laghouat in Algeria, mons. Claude Rault. "Il prezzo delle materie prime viene deciso non in Africa", ma altrove, ha spiegato il presule durante la commemorazione della campagna antischiavista del cardinale Lavigerie organizzata dai Padri Bianchi. Contrastare le "forze oppressive" che imprigionano il continente, ha proseguito, significa "smetterla con l'assistenza paternalistica, ripristinare la dignità dell'uomo e della donna africana" rendendo quelle terre veramente partner del resto del mondo, e non solo beneficiarie di aiuti, quasi fossero senza speranza. Anche contro la piaga della schiavitù, dunque, il rimedio, secondo il vescovo Rault, è potenzialmente semplice: instaurare "una vera giustizia".