Globalist:


La società armoniosa

Il Pcc non interrompe le emozioni

Il Partito comunista cinese continua a stringere la morsa sull'industria culturale. E l'attenzione è focalizzata sui mass media. Da gennaio sarà vietata la pubblicità durante i serial televisivi - i programmi più popolari tra i cinesi - che tengono incollati davanti al piccolo schermo per almeno 45 minuti.

Chen Xinxin
domenica 4 dicembre 2011 22:28

Il Partito comunista cinese continua a stringere la morsa sull'industria culturale. E l'attenzione è focalizzata sui mass media. Da gennaio sarà vietata la pubblicità durante i serial televisivi - i programmi più popolari tra i cinesi - che tengono incollati davanti al piccolo schermo per almeno 45 minuti. Nella Repubblica Popolare sembrano tutti entusiasti, ma l'ultima decisione del Partito-Stato rischia di avere pochi effetti concreti. Per evitare di compromettere la crescita del mercato pubblicitario, sottrarsi al rischio di gravi perdite e impedire lo spostamento di capitali su altri media, qualcuno già pensa di tagliare i programmi in episodi da 30 minuti. Il Pcc non risparmia energie per promuovere nel Paese la «cultura socialista». Da mesi ormai si è intensificato l'attivismo della Sarft, l'organo statale che regola la programmazione di radio e tv, e che costituisce uno dei pilastri della macchina del consenso cinese. Lo scorso anno è stato ridotto il numero delle tv commerciali. A gennaio la Hunan Tv è stata costretta a interrompere Super Girl, il primo talent show cinese, che aveva riscosso molto successo. Poi a ottobre nel mirino dei censori sono finiti i palinsesti dei canali satellitari: meno intrattenimento e più attenzione allo "sviluppo culturale" del Paese. Ora l'obiettivo dichiarato dell'ultimo intervento è «garantire la continuità dell'esperienza». «La radio e la tv - si legge in una nota della Sarft - sono portavoce del Partito e del popolo e un importante fronte della propaganda sul terreno culturale». Il Partito-Stato vuole riportare davanti al piccolo schermo tutte le "anime" perse con la diffusione di Internet. Gli internauti cinesi sono ormai più di 500 milioni e il Pcc non riesce più a indirizzare facilmente l'opinione pubblica. Stando a un rapporto diffuso in estate dal governo, oltre il 26% degli internauti non guarda più la televisione. Secondo il Beijing Qingnian Bao, a Pechino solo 38 famiglie su 100 si siedono la sera davanti alla tv, rispetto alle 75 di tre anni fa. E per i troppi spot si lamentavano in molti da tempo. Era il 1979, ricorda Dominique Colomb nel suo Medias et Communication en Chine, quando un gruppo di "fortunati" cinesi di Shanghai scoprì per la prima volta la pubblicità sul piccolo schermo. Passati 31 anni, nel 2010, l'industria pubblicitaria televisiva ha fatturato 500 miliardi di yuan, circa 78 miliardi di dollari. di Chen Xinxin