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Op/Ed

Compagni, a quando la riabilitazione di Pol Pot?

Dopo cronache e dietrologie su Homs ci chiediamo: quanto manca alla riabilitazione di Pol Pot da parte di certa sinistra?

redazione
domenica 12 febbraio 2012 14:12

Leggendo quanto scrivono certi giornali che si definiscono di sinistra sui drammatici avvenimenti siriani ci siamo domandati: sta per scoccare l'ora della riabilitazione di Pol Pot? E la fatidica domanda su Mladic, "siamo proprio sicuri che fosse un criminale?" sta per essere finalmente posta?
Senza nulla togliere alle orribili carneficine del regime siriano,vorremmo chiarire subito che non ci si può illudere che dall'altra parte ci siano solo convinti seguaci di Voltaire. E' bene ricordarlo, altrimenti si finisce col credere che basti schierarsi dalla parte delle vittime e e tutto sarà risolto. E invece la storia ci insegna che non è così. In Libia ad esempio l'intervento a sostegno degli insorti contro Gheddafi ha prodotto colonialismo e nuovi guasti..
Ma non confondere le vittime con tutto il bene non vuol dire confondere le vittime con i carnefici, o il male con il bene. Non può voler dire difendere Gheddafi e Assad. Non può consentire di chiudere gli occhi davanti alla mattanza barbara che è in corso a Homs. La cosa diventa terribile se chi chiude gli occhi davanti alla carneficina odierna li ha chiusi in passato anche davanti alla barbarie medievale dell'assedio di Sarajevo. E per giustificare una simile abiezione cosa fanno, questi curiosi ciechi? Non vedono l'oggi, non vedono lo sterminio di oggi, ma vedono il rischio di domani. "Scenario libico", è il mantra che ripetono, impossibilitati a negare l'evidenza, e cioè che Bashar al-Assad è un genocida. Non possono negare l'orrore, e allora lo scavalcano e dicono: gli americani e i loro sgherri si preparano a invadere la Siria, con i terroristi prezzolati di sempre. Ma per le vittime, per chi oggi viene ucciso senza un motivo, per i bambini maciullati dai carri armati dell'aguzzino di Damasco, non c'è neanche un giorno per loro? Non meritano neanche per un giorno attenzione, riflessione, dolore?
No, per loro non c'è nessuno interesse. Meglio precipitarsi a vedere il complotto, se del caso copiando niente di meno che quanto scrive la disinformazione pubblicata dai servizi segreti israeliani. Questa sinistra sarebbe filo-palestinese, ma dimentica volentieri che Assad padre torturò Arafat, cercò di assassinarlo in Libano. Qui dunque si pongono due domande. Perché questo rivoltante disinteresse per le vittime? E perché questa distrazione politica , anche se contro chi si dice di sostenere? Perché chiunque è contro l'America è loro amico, punto e basta. Diciamo la verità: il problema vero è che esistono due culture incompatibili: quella della sinistra libertaria e quella della sinistra che non vogliamo etichettare, diciamo antagonista se è così che si definisce. La sinistra libertaria è umanista, e trova nell'umanesimo il punto di dialogo con i credenti. L'altra è dogmatica e trova nel dogma il punto di contatto con i credenti. E il dogma è essere contro gli americani, anche al costo di finire con torturatori come Assad o Ahmadinejad.. .Per noi invece è impossibile sostenere i despoti, filo a anti americani. Tutto qua.

Commenti
  • Guido Moltedo 12/02/2012 alle 22:45:06 rispondi
    6616B
    Magari ci fosse ancora un'America in grado - non dico di determinare - di orientare il corso degli eventi in Medio Oriente e di influire sulla sorte di un paese di quell'area. Sarebbe tutto più semplice. Il vecchio schema risolverebbe tutti i dilemmi morali. No, non serve a nulla tirare in ballo Obama per quel che accade e potrà accadere a Damasco. Il che rende ancora più evidente e inoppugnabile quello che l'editoriale di Mda mette sotto la giusta e reale luce: è impossibile sostenere i despoti e torturatori (specie se si è di sinistra).
  • Eric Salerno 13/02/2012 alle 11:43:27 rispondi
    coerenza
    L'America, come dice Moltedo, non esiste più come una volta. Eppure il veto russo all'Onu e la reazione Usa riporta alla memoria gli anni della guerra fredda. Gli Usa distruggevano il Vietnam. I sovietici l'Afghanistan. Tutto in nome delle via giusta. Gli Assad, padre e figlio,sono sempre stati torturatori. E questo stava bene a tutti, illuminati e meno illuminati, in nome della stabilità regionale. Dobbiamo intervenire per difendere le vittime della repressione e per cambiare il regime senza però dimenticare che sta ai siriani e non a forze esterne (arabe o non) decidere il loro futuro. Quello che sta succedendo a Homs è orribile. Eppure, secondo gli stessi insorti, il numero delle vittime degli ultimi undici mesi è ancora inferiore a quello dichiarato all'inizio della rivolta di Bengasi per giustificare un intervento militare in Libia. Nessuna riabilitazione per i despoti ma cerchiamo di impedire a nuovi despoti vestiti da salvatori prendano il posto di quelli consumati dall'ingordigia e dal tempo.
  • Lorenzo Declich 13/02/2012 alle 13:30:02 rispondi
    E' difficile, in situazioni come queste, tenere dritta la barra della denuncia delle atrocità mentre si tenta di dare una lettura, per forza di cose complicata, degli eventi. In questi mesi ho provato a raccontare ciò che trovavo più importante, dalla strategia della repressione al ruolo dell'informazione, dall'uso della propaganda fino ad arrivare, appunto, all'internazionalizzazione del conflitto, con l'attivarsi dei diversi attori: Turchia, Iran, Russia, Cina, Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti e Gran Bretagna. E posso dire che la rivolta siriana è stata pressoché ignorata o negata fino a quando non si è internazionalizzata (una vittoria strategica di al-Asad, questa), con tutti i guasti del caso. Solo a quel punto i "brillanti analisti" (lasciando stare i veri e propri sgherri mediatici alla Thierry Meissan) hanno avuto in mano i loro tradizionali feticci da agitare (l'imperialismo è il primo fra questi). La "sindrome" è quella di doversi comunque schierare, guardando gli eventi "a occhi ben chiusi".
    La triste realtà è che in Siria come altrove nel mondo arabo i fautori delle rivolte, i legittimi intestatari di quel coraggio e di quella forza d'animo che ha sorpreso il mondo, sono oggi schiacciati fra repressione interna e interessi esterni. E in Siria, dove il tiranno non si fa scrupoli, questo significa una carneficina.
    Quanto alle soluzioni sono perfettamente d'accordo con quanto scrive Eric Salerno.
  • Alberto Stabile 13/02/2012 alle 16:04:06 rispondi
    Se è difficile raccontare i movimenti di un popolo, di una nazione in tempo di pace, figuriamoci quando questo stesso popolo, questa nazione rasentano o varcano la soglia della guerra civile. Voglio dire che la realtà di un conflitto in divenire non è mai quella che appare dai comunicati stampa e dai resoconti delle parti interessante, o per lo meno non è soltanto quella, ma c'è sempre qualcosa in più o in meno da scoprire, qualcosa che ha comunque influito sul nostro giudizio. Dico questo pensando all'atteggiamento altro che dogmatico, fanatico sarebbe il caso di dire, di certi interlocutori del mio Blog su Repubblica.it che hanno capito tutto della crisi siriana, chi l'ha provocata e come andrà a finire. Mentre io, sommessamente, ritengo che specialmente noi che abbiamo la fortuna di poter esprimere pubblicamente la nostra opinione, influenzandone altre, proprio per evitare le beatificazioni istantanee e le tardive riabilitazioni di cui è piena la storia del giornalismo italiano, dobbiamo sempre tener presente che nelle nostre valutazioni e persino nelle nostre ricostruzioni possiamo sbagliarci.
    Il che non vuol dire ignorare che Assad sia un despota al vertice di una dittatura ereditaria e che il popolo che da undici mesi gli si è rivoltato contro non sia vittima di una feroce repressione. Ma dopo undici mesi di violenza e di sangue, vuoi per l'incapacità di una parte a prevalere sull'altra, vuoi per l'interesse a internazionalizzare il conflitto di entrambe i contendenti, sia pure per opposte ragioni, la crisi siriana non racconta più soltanto la storia di un popolo che rivendica democrazia, libertà e dignità ad un potere autoritario che la libertà, la democrazia e la dignità umana della sua gente le ha scientificamente conculcate per oltre 40 anni. Il coro della tragedia siriana aspira a diventare protagonista. Due parole di Obama contro Asad fanno più notizia di cento morti a Homs. Un comunicato della altrimenti sonnacchiosa corona saudita, per fortuna ritrattato, scava una voragine sotto il parquet del Consiglio di Sicurezza. La Turchia minaccia a giorni alterni di imporre un corridoio umanitario sulla punta dei cannoni. Il senatore McCain vorrebbe armare l'opposizione in modo che possa sostenere il confronto sul piano militare con le forze lealiste. La Lega araba auspica di inviare una forza di "mantenimento della pace" (Terzi di Sant'Agata) laddove la pace non c'è. Ha torto la Russia ad obiettare che per "mantenere la pace" occorre almeno e prima un cessato il fuoco? Tutte proposte che in un modo o nell'altro presuppongono che la transizione della Siria alla democrazia passi per una soluzione militare del conflitto. Ma è questa io mi chiedo l'unica via?
  • Fabrizio Noli 15/02/2012 alle 18:25:38 rispondi
    Pacifisti a senso unico
    Direi che non si può non condividere integralmente l'analisi della situazione presente nell'articolo. Ma è dall'inizio delle "primavere arabe" che sono rimasto senza parole alla luce della stasi assoluta dei cosiddetti pacifisti professionisti. Non hanno fiatato e continuano ad avere la bocca cementata. Questa prolungata afasia è tanto più vergognosa considerando le stragi di questi giorni, in Siria. Ma nessun fiato si era levato neppure nei mesi precedenti. Scommetto che se anche un solo soldato americano facesse capolino a Damasco e dintorni scenderebbero di nuovo in piazza, pronti a denunciare l'imperialismo yankee. Sia chiaro però: nessuno auspica un oscenario del gerere, e nessuno punta il dito contro i pacifisti a senso unico all'italiana. Il discorso è generale, riguarda tutto il pacifismo occidentale. Non c'è stata, del resto, mezza manifestazione, che io ricordi, prima dell'11 settembre, per deneunciare le vergogne del regime talebano, o magari per stigmatizzare le tremende carestie della Corea del Nord, o magari per dare un sostegno all'Onda Verde in Iran. Contraddizioni in serie, che stridono però, a maggior ragione, con la mobilitazione pre-Irak del 2003. Una pagina di storia vergognosa, è evidente, specie alla luce del casus belli (le armi di distruzioni di massa) si è rivelato uno di quei bluff per i quali l'intera amministrazione di Bush Junionr meriterebbe di essere sottoposta ad un rigoroso processo...però...però così non va bene. Mi spiace per i professionisti del pacifismo, dovunque siano, dalla Francia alla gran Bretagna, alla Germania, fino ai nostri Zanotelli e co. Così è una vergogna. D'altra parte, storicamente, il pacifismo è attraversato da rivoli di contraddizioni spesso profonde. Come dimenticare il caso dell'Spd tedesca nel 1914. Era il partito-guida dell'internazionale socialista, tenacemente e pervicacemente pacifista, almeno in teoria, ma votò a favore dei crediti di guerra, su precisa richiesta del kaiser. E allora? Allora credo che scandalizzarsi sia inevitabile, ma forse inutile. Il pacifismo del primo mondo è questo: pronto ad accendersi soltanto quando di mezzo ci sono gli Stati Uniti. E basta.
  • stefano marcelli 18/02/2012 alle 14:41:59 rispondi
    E' proprio vero c'è la sinistra libertaria, che è quella originaria e l'unica che può avere un futuro e quella dei tragici dogmi e dei gulag. E sono incompatibili fra di loro.
    Non so come finiranno le primavere arabe e nemmeno quella siriana. Ma quando un popolo si ribella contro un dittatore e quando i carrarmati sparano su civili innocenti, io sto con il popolo. L'ho imparato a diciassette anni, scendendo in piazza contro i carrarmati russi che invadevano Praga. Un'altra primavera finita nel sangue.