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Op/Ed

Siria: stampa o disinformazione?"2

Quanto pesano gli ideologismi nel racconto di tragedie come quella siriana? Ne parlano Kiwan, Moltedo, Salerno, Declich, Stabile, Trombetta.

redazione
mercoledì 15 febbraio 2012 08:51

I drammatici fatti siriani ci hanno spinto in questi giorni a cercare di avviare una discussione con colleghi e lettori pubblicando un nostro editoriale intitolato: "Compagni, a quando la riabilitazione di Pol Pot?" Vi scrivevamo che;"senza nulla togliere alle orribili carneficine del regime siriano,vorremmo chiarire subito che non ci si può illudere che dall'altra parte ci siano solo convinti seguaci di Voltaire. E' bene ricordarlo, altrimenti si finisce col credere che basti schierarsi dalla parte delle vittime e tutto sarà risolto. E invece la storia ci insegna che non è così. In Libia ad esempio l'intervento a sostegno degli insorti contro Gheddafi ha prodotto colonialismo e nuovi guasti...Ma non confondere le vittime con tutto il bene non vuol dire confondere le vittime con i carnefici, o il male con il bene. Non può voler dire difendere Gheddafi e Assad. Non può consentire di chiudere gli occhi davanti alla mattanza barbara che è in corso a Homs." Insomma, l'idea era quella di superare la ormai arcaica categoria di "giornalismo di destra" e giornalismo di sinistra", per chiedere quanto gli ideologismi impediscano di fare informazione su accadimenti sconvolgenti. E identificavamo "il problema" per chi si richiama alla sinistra nell'antiamericanismo pregiudiziale, un antiamericanismo che diviene bussola, tanto da superare la cronaca agghiacciante, anche al costo di ritrovarsi a non vedere orrori come quello di Homs e sostenere regimi dispotici come quello di Assad. E' così? Ecco i contributi che vi proponiamo.
Cominciamo da Saad Kiwan, già mediorientalista de "Il Manifesto", ora direttore della Samir Kassir Foundation di Beirut.

La lista di quelli da riabilitare sarebbe molto lunga! da Pol Pot a Saddam Hussein, da Pinochet a Vidal a Melosevic, Mladic. ecc. Qui da noi ci sono dittatori in divisa o in borghese che governano da decenni , arrestano, reprimono, e torturano i loro popoli, sfruttano e accumulano fortune da miliardi di dollari saccheggiando le ricchezze dei loro paesi. Tutto questo in nome del "far fronte all'imperialismo e al colonialismo, e al sionismo" nel nome degli arabi, ovviamente! E guarda caso, questi dittatori sono stati sostenuti, difesi e armati dall'ex Urss e dai paesi di quello che era il blocco comunista, sempre in nome dell'antimperialismo e dall'anticapitalismo, e in nome del "riscatto e dell'emancipazione politica e sociale dei popoli". Anche noi, o parecchi come me, credevamo allora a quegli slogan. E tra quei dittatori figura il "piccolo dittatore" siriano Bashar Assad, da quasi 12 anni al potere, che l'ha ereditato dal padre, il generale Hafez Assad, che ha governato la Siria per ben 30 anni dopo aver organizzato un golpe contro i suoi compagni del partito Baath (di matrice nazional-fascista, dichiarandosi pure socialista).
Quel padre che ha ordinato il massacro di oltre 20mila persone della città di Hama, nel 1982, oggi rischia di essere superato dal figlio Bashar che sta applicando la sua "cura riformista" mettendo nel "suo conto" oltre 10mila siriani uccisi, 1000 persone massacrate in una settimana sola a Homs, più di 400 bambini uccisi e oltre 20mila prigionieri e detenuti in campi di concentramento, insieme a decine di migliaia di scomparsi in undici mesi... Questo Bashar viene difeso a spada tratta dalla Russia di Putin, erede dell'Urss, per il quale ha già posto il veto al consiglio di sicurezza per ben due volte. Forse perche Mosca lo considera ancora giovane e quindi in grado di governare ancora per altri 30 anni, per opporsi all' "influenza americana e all'espansionismo sionista" nella regione, quando poi lo stesso Bashar e gli altri dittatori sono stati sempre tollerati, e qualcuno anche appoggiato, dagli Stati Uniti "imperialisti". Tutti costoro hanno sempre avuto con gli Usa rapporti continui, firmato accordi anche militari e di collaborazioni contro il terrorismo. Sono invece i popoli in rivolta, la "primavera araba", a cacciare i vari Ben Ali, Mubarak, Gheddafi, Ali Saleh e certamente quel cinico e sanguinario Assad.
Allora, a certa sinistra vetero-comunista oggi dico : basta con le ideologie, basta essere faziosi, miopi e fanatici, ma anche facilmente manipolati.

Guido Moltedo, prima americanista e condirettore de "Il Manifesto", poi capo redattore esteri di "Europa".


Magari ci fosse ancora un'America in grado - non dico di determinare -di orientare il corso degli eventi in Medio Oriente e di influire sulla sorte di un paese di quell'area. Sarebbe tutto più semplice. Il vecchio schema risolverebbe tutti i dilemmi morali. No, non serve a nulla tirare in ballo Obama per quel che accade e potrà accadere a Damasco. Il che rende ancora più evidente e inoppugnabile quello che l'editoriale di Mda mette sotto la giusta e reale luce: è impossibile sostenere i despoti e torturatori (specie se si è di sinistra).


 Questo il contributo di Eric Salerno, da molti anni analista mediorientale de "Il Messaggero", saggista.

L'America, come dice Moltedo, non esiste più come una volta. Eppure il veto russo all'Onu e la reazione Usa riporta alla memoria gli anni della guerra fredda. Gli Usa distruggevano il Vietnam. I sovietici l'Afghanistan. Tutto in nome delle via giusta. Gli Assad, padre e figlio,sono sempre stati torturatori. E questo stava bene a tutti, illuminati e meno illuminati, in nome della stabilità regionale. Dobbiamo intervenire per difendere le vittime della repressione e per cambiare il regime senza però dimenticare che sta ai siriani e non a forze esterne (arabe o non) decidere il loro futuro. Quello che sta succedendo a Homs è orribile. Eppure, secondo gli stessi insorti, il numero delle vittime degli ultimi undici mesi è ancora inferiore a quello dichiarato all'inizio della rivolta di Bengasi per giustificare un intervento militare in Libia. Nessuna riabilitazione per i despoti ma cerchiamo di impedire a nuovi despoti vestiti da salvatori prendano il posto di quelli consumati dall'ingordigia e dal tempo. Lorenzo Declich, arabista di fama, collaboratore di diverse testate, curatore del blog "tutto in trenta secondi"

E' difficile, in situazioni come queste, tenere dritta la barra della denuncia delle atrocità mentre si tenta di dare una lettura, per forza di cose complicata, degli eventi. In questi mesi ho provato a raccontare ciò che trovavo più importante, dalla strategia della repressione al ruolo dell'informazione, dall'uso della propaganda fino ad arrivare, appunto, all'internazionalizzazione del conflitto, con l'attivarsi dei diversi attori: Turchia, Iran, Russia, Cina, Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti e Gran Bretagna. E posso dire che la rivolta siriana è stata pressoché ignorata o negata fino a quando non si è internazionalizzata (una vittoria strategica di al-Asad, questa), con tutti i guasti del caso. Solo a quel punto i "brillanti analisti" (lasciando stare i veri e propri sgherri mediatici alla Thierry Meissan) hanno avuto in mano i loro tradizionali feticci da agitare (l'imperialismo è il primo fra questi). La "sindrome" è quella di doversi comunque schierare, guardando gli eventi "a occhi ben chiusi". La triste realtà è che in Siria come altrove nel mondo arabo i fautori delle rivolte, i legittimi intestatari di quel coraggio e di quella forza d'animo che ha sorpreso il mondo, sono oggi schiacciati fra repressione interna e interessi esterni. E in Siria, dove il tiranno non si fa scrupoli, questo significa una carneficina. Quanto alle soluzioni sono perfettamente d'accordo con quanto scrive Eric Salerno.

Alberto Stabile, brillante corrispondente dal Medio Oriente de "La Repubblica".

Se è difficile raccontare i movimenti di un popolo, di una nazione in tempo di pace, figuriamoci quando questo stesso popolo, questa nazione rasentano o varcano la soglia della guerra civile. Voglio dire che la realtà di un conflitto in divenire non è mai quella che appare dai comunicati stampa e dai resoconti delle parti interessante, o per lo meno non è soltanto quella, ma c'è sempre qualcosa in più o in meno da scoprire, qualcosa che ha comunque influito sul nostro giudizio. Dico questo pensando all'atteggiamento altro che dogmatico, fanatico sarebbe il caso di dire, di certi interlocutori del mio Blog su Repubblica.it che hanno capito tutto della crisi siriana, chi l'ha provocata e come andrà a finire. Mentre io, sommessamente, ritengo che specialmente noi che abbiamo la fortuna di poter esprimere pubblicamente la nostra opinione, influenzandone altre, proprio per evitare le beatificazioni istantanee e le tardive riabilitazioni di cui è piena la storia del giornalismo italiano, dobbiamo sempre tener presente che nelle nostre valutazioni e persino nelle nostre ricostruzioni possiamo sbagliarci. Il che non vuol dire ignorare che Assad sia un despota al vertice di una dittatura ereditaria e che il popolo che da undici mesi gli si è rivoltato contro non sia vittima di una feroce repressione. Ma dopo undici mesi di violenza e di sangue, vuoi per l'incapacità di una parte a prevalere sull'altra, vuoi per l'interesse a internazionalizzare il conflitto di entrambe i contendenti, sia pure per opposte ragioni, la crisi siriana non racconta più soltanto la storia di un popolo che rivendica democrazia, libertà e dignità ad un potere autoritario che la libertà, la democrazia e la dignità umana della sua gente le ha scientificamente conculcate per oltre 40 anni. Il coro della tragedia siriana aspira a diventare protagonista. Due parole di Obama contro Asad fanno più notizia di cento morti a Homs. Un comunicato della altrimenti sonnacchiosa corona saudita, per fortuna ritrattato, scava una voragine sotto il parquet del Consiglio di Sicurezza. La Turchia minaccia a giorni alterni di imporre un corridoio umanitario sulla punta dei cannoni. Il senatore McCain vorrebbe armare l'opposizione in modo che possa sostenere il confronto sul piano militare con le forze lealiste. La Lega araba auspica di inviare una forza di "mantenimento della pace" (Terzi di Sant'Agata) laddove la pace non c'è. Ha torto la Russia ad obiettare che per "mantenere la pace" occorre almeno e prima un cessato il fuoco? Tutte proposte che in un modo o nell'altro presuppongono che la transizione della Siria alla democrazia passi per una soluzione militare del conflitto. Ma è questa io mi chiedo l'unica via?

Lorenzo Trombetta, corrispondente da Beirut dell'Ansa, unico studioso in Italia della struttura del regime siriano.

Era il 15 marzo e la metà di aprile 2011, nel primo mese di proteste e di conseguente repressione in Siria, ancor prima che al Jazira e al Arabiya - le tv panarabe accusate da più parti di incitare i siriani contro il regime di Damasco - distogliessero lo sguardo dall'Egitto, dallo Yemen e dalla Libia e si accorgessero di quanto avveniva a Daraa e Homs, c'era già in Italia e in Europa chi gridava al disegno straniero per indebolire l'asse anti-imperialista guidato dall'Iran. C'era già chi evocava "lo scenario regionale", "the broader picture", per "inquadrare" quel che invece, per lunghi mesi, è stata una sollevazione popolare, dettata tra l'altro da fattori locali (non nazionali) non direttamente legati alla decennale violazione delle libertà e dei diritti umani da parte degli al Asad (lo slogan non era "democrazia" ma "servizi sociali").
Ancor prima che i siriani cambiassero lo slogan in "vogliamo la caduta del governatore" (di quella o di quell'altra realtà locale, prima Daraa, poi Baniyas, quindi Homs.) in "vogliamo la caduta del regime", c'era già chi in Italia aveva deciso che quella gente era telecomandata da altri nel quadro di un complotto straniero. Che quei siriani non avevano dignità di sollevarsi perché il dittatore di turno era, e ancora è, almeno sulla carta, un nemico degli imperialisti. C'era già chi, da sinistra e da destra, puntava il dito sugli interessi dei sauditi, degli americani, degli israeliani. Evocava eserciti di salafiti, mujahidin, mercenari al soldo delle monarchie del Golfo che agiscono per procura dell'Occidente.
Questa successione temporale di eventi e retoriche va ricordata e sottolineata perché oggi, a distanza di quasi un anno dalle prime proteste e dalle repressioni, quando ormai parte della Siria è teatro di scontri tra militari ribelli e forze lealiste, può sembrare più che appropriato che gli analisti evochino l'importanza del contesto regionale, che si parli degli interessi delle potenze, che si discuta se sia giusto o meno armare i ribelli e soccorrere militarmente i siriani. Tutti temi pertinenti con l'attualità di oggi (febbraio 2012) ma fuori luogo per lunghi mesi, da marzo fino all'estate 2011. Solo a partire da luglio scorso alcuni militari dell'esercito regolare hanno iniziato a disertare e solo a partire dall'autunno civili di Homs e Dayr az Zor hanno cominciato a difendersi con le armi.
Il fatto che per molto tempo il regime siriano abbia potuto uccidere più indisturbato di quanto non faccia oggi, senza che nessuna vera iniziativa diplomatica e politica esterna venisse proposta seriamente, dimostra l'isolamento di cui sono stati vittime i siriani e di cui in parte sono ancora vittime.
Si fa tanto parlare di al Qaida in Siria, di consiglieri militari occidentali presenti a Homs, di ufficiali turchi a Idlib, di miliziani libici nel nord-ovest, di americani e giordani nel sud, di salafiti libanesi da ovest. Finora però, nessuna fonte ufficiale siriana o straniera indipendente ha fornito prove sufficienti a provare queste affermazioni. Dall'altro lato, sono apparsi video amatoriali di presunti combattenti iraniani a fianco del regime, la Russia ha ribadito che non intende sospendere la vendita di armi a Damasco, l'Iran ha ribadito ufficialmente più volte il suo sostegno politico e commerciale alla Siria in difficoltà. Eppure di cosa si riempie l'etere italiano? Di titoli e articoli di presunti aiuti occidentali ai ribelli e ai civili siriani e di analogie fasulle con quanto avvenuto in Libia. Il tutto con l'obiettivo, implicito o esplicito, di screditare la battaglia che da undici mesi stanno combattendo ad armi impari decine di migliaia di persone.
Perché i siriani non sono stati soccorsi prima con i metodi della politica e della diplomazia? Perché si è oggi costretti a scegliere tra due opzioni orribili: armare la rivolta o abbandonarla? Perché il Vaticano, gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita, la Francia, non hanno sin da subito tentato di sostenere politicamente i manifestanti pacifici e le varie anime delle opposizioni (per fortuna che ci sono mille anime, qualcuno in Europa vorrebbe che diventassero un blocco uniforme, un unico interlocutore, contraddicendo uno dei principi stessi del pluralismo)? E non è vero che le opposizioni si sono sempre rifiutate di dialogare col regime. Per lunghi mesi la porta del confronto - a condizione che i fucili della repressione smettessero di sparare, certo - era rimasta aperta, in modo serio. Non sappiamo se il regime avesse potuto accettare un dialogo serio - anzi dubitiamo fortemente nella volontà degli al Asad di mettere in discussione il loro potere - ma per i primi sei mesi di proteste l'opzione negoziale era praticabile, almeno da una parte. Ma la diplomazia occidentale, a parte qualche pacchetto di sanzioni inutili a fiaccare il regime, taceva.
Oggi, dopo che la Lega Araba ha partorito un'infelice quanto ambigua proposta per una "forza di mantenimento della pace" (ma quale pace? C'è la guerra!) è fin troppo facile mettersi le mani nei capelli, gridare all'ennesima intromissione dell'Occidente, dire che "la democrazia non si porta con le bombe", mettere in guardia i siriani dal non diventare ostaggio di quello o di quell'altro interesse regionale o internazionale.
Al posto dei siriani di Bab Amro (Homs), ad esempio, o di Qseir - da dove ho informazioni tragiche di prima mano - chi oggi non invocherebbe un sostegno militare pur di esser salvato da morte certa? Proprio stasera (14 febbraio 2012) ho parlato telefonicamente con un abitante di Qseir, marito e padre di due figli, che mi ha detto che non hanno più soldi per comprare le armi per difendersi. Che una pallottola di kalashnikov costa tre dollari e che nessuno regala loro nulla. Che la sua casa e la sua famiglia vive costantemente sotto la minaccia di morte.
Uno scenario non immaginabile nei primi mesi della repressione. Quando lo stesso abitante di Qseir non era così disperato. Non era pronto a vendersi al diavolo pur di salvare se stesso, la moglie e i due figli. E' troppo facile oggi, parlare di "broader picture" e di interessi regionali. Assai più difficile è ricordarci come si vive con una pistola puntata alla tempia.

Commenti
  • Fabrizio Noli 15/02/2012 alle 19:13:19 rispondi
    Ma è dall'inizio delle "primavere arabe" che sono rimasto senza parole alla luce della stasi assoluta dei cosiddetti pacifisti professionisti. Non hanno fiatato e continuano ad avere la bocca cementata. Questa prolungata afasia è tanto più vergognosa considerando le stragi di questi giorni, in Siria. Ma nessun fiato si era levato neppure nei mesi precedenti. Scommetto che se anche un solo soldato americano facesse capolino a Damasco e dintorni scenderebbero di nuovo in piazza, pronti a denunciare l'imperialismo yankee. Sia chiaro però: nessuno auspica un oscenario del gerere, e nessuno punta il dito contro i pacifisti a senso unico all'italiana. Il discorso è generale, riguarda tutto il pacifismo occidentale. Non c'è stata, del resto, mezza manifestazione, che io ricordi, prima dell'11 settembre, per deneunciare le vergogne del regime talebano, o magari per stigmatizzare le tremende carestie della Corea del Nord, o magari per dare un sostegno all'Onda Verde in Iran. Contraddizioni in serie, che stridono però, a maggior ragione, con la mobilitazione pre-Irak del 2003. Una pagina di storia vergognosa, è evidente, specie alla luce del casus belli (le armi di distruzioni di massa) si è rivelato uno di quei bluff per i quali l'intera amministrazione di Bush Junionr meriterebbe di essere sottoposta ad un rigoroso processo...però...però così non va bene. Mi spiace per i professionisti del pacifismo, dovunque siano, dalla Francia alla gran Bretagna, alla Germania, fino ai nostri Zanotelli e co. Così è una vergogna. D'altra parte, storicamente, il pacifismo è attraversato da rivoli di contraddizioni spesso profonde. Come dimenticare il caso dell'Spd tedesca nel 1914. Era il partito-guida dell'internazionale socialista, tenacemente e pervicacemente pacifista, almeno in teoria, ma votò a favore dei crediti di guerra, su precisa richiesta del kaiser. E allora? Allora credo che scandalizzarsi sia inevitabile, ma forse inutile. Il pacifismo del primo mondo è questo: pronto ad accendersi soltanto quando di mezzo ci sono gli Stati Uniti. E basta.