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La società armoniosa

I monaci tibetani si immolano. Le colpe di Pechino e del Dalai Lama

Solo negli ultimi mesi 21 monaci tibetani si sono dati fuoco. Pechino sbaglia, ma anche il Dalai Lama ha le sue colpe. Parla Stefano Cammelli, direttore di Polo News.

Fabrizio Noli
martedì 21 febbraio 2012 12:44

E' di due giorni fa la notizia di un monaco tibetano di 18 anni morto nella provincia del Sichuan, nell'ovest della Cina, dopo essersi dato fuoco in segno di protesta contro il governo di Pechino. Salgono così a 21 i religiosi tibetani morti dall'anno scorso dopo essersi dati fuoco per protestare contro le restrizioni imposte dal governo cinese alla societa tibetana e alla religione buddhista. Ma come spiegare questi gesti? E perchè si registrano sempre nel Sichuan, già parte, in passato del Tibet, ma oggi staccato dalla provincia autonoma omonima Lo abbiamo domandato a Stefano Cammelli, sinologo e animatore del sito Polonews.

"Bisogna fare attenzione nell'analisi di questi fatti. Lo dico perché appartengo ad una generazione in cui, agli inizi degli anni '60, il sacrificio dei monaci buddhisti che si davano fuoco nel Vietnam del Sud, venne interpretato come il simbolo della rivolta popolare contro gli americani, poi non era proprio cosi'. Diciamo subito che queste morti sono il simbolo di un conflitto interno all'autonominato governo tibetano in esilio, al cui interno oggi si scontrano due linee: una più morbida verso la Cina e una apertamente secessionista. Questi suicidi in serie fanno pensare che si stia sempre più affermando l'esasperazione anti-Pechino come sentimento dominante"


Dunque, una situazione complessa, ma perché questi suicidi di monaci si verificano proprio in Sichuan?

"Perché il lamaismo tibetano non coincide con il Tibet! Il lamaismo tibetano che riconosce la somma autorità del Dalai Lama è diffuso non solo in Tibet, ma anche nel Sichuan, in Mongolia, in Manciuria. E' l'Asia delle praterie e degli altipiani, una sorta di immenso semicerchio attorno alla Cina vera e propria, abitata da popoli diversi che però sono unificati dall'appartenenza a questa confessione religiosa. E qui sta il nocciolo del problema: se sua Santità, il Dalai Lama, volesse uscire una volta per tutte dalle sue ambiguità, dicendoci chiaramente cosa intende per Tibet, tutto sarebbe molto più semplice! Intendiamoci, i cinesi hanno colpe enormi, per quanto sta accedendo, ma dall'altra parte c'è una "regia occulta" che non fa nulla per sminuire certe ambiguità"

Potrebbe essere a rischio la stessa unità territoriale cinese?

"Questo lo escludo , dato che il potere di seduzione della Cina, nei confronti del suo spazio interno, si è a dir poco dilatato, negli ultimi 20 anni, al punto da costituire una via di non ritorno. Lo sviluppo economico cinese può esacerbare gli animi dei secessionisti tibetani, ma i loro gesti non possono portare a nulla. E' una situazione paragonabile alla presenza italiana in Dalmazia. Lo sappiamo, da sessant'anni è una causa persa, ed è un po' come se un italiano si desse fuoco a Zara o Spalato. Questo però non sarebbe certo il segnale di una imminente rivolta italiana in quella parte di Croazia, quanto un gesto dettato dalla disperazione, per richiamare in qualche modo l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale sulla questione della presenza dei nostri connazionali in queste terre. E' un po' quanto succede oggi con i monaci in Sichuan. D'altra parte, che le spinte centrifughe in Cina siano molto sopite, cito l'esempio di Taiwan: 10 anni fa tutti si attendevano la procalmazione dell'indipendenza, oggi sono i taiwanesi per primi a rifiutarla!"