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L'Italia e ....

Gli schiaffi di Monti

Monti, come il Marchese del Grillo, prende a schiaffi i partiti. Che per uscire dall'angolo devono cambiare la legge elettorale.

redazione
giovedì 29 marzo 2012 11:24

di Maurizio Ambrogi
Con questi dirigenti politici non vinceranno mai: a pensarlo non è un Nanni Moretti redivivo, ma proprio il presidente del Consiglio in persona, che dall'estremo oriente ha fatto arrivare ai partiti, in due giorni, due schiaffi clamorosi. Prima avvertendo che se il paese non è pronto il governo potrebbe non restare, perché lui non vuole tirare a campare. Poi aggiungendo che il governo, nonostante abbia stangato gli italiani, gode di ampio consenso, mentre i partiti no. Monti un po' Marchese del Grillo: "perché io so' io e voi non siete un c..zo".
Certo dopo la parentesi tecnica, il pallino tornerà a loro, ai partiti, ragiona il professore, "ma saranno un po' diversi, perché più consapevoli di prima rispetto alla richiesta di governance da parte degli italiani, mentre in passato l'offerta è stata carente".
I partiti, continua il professore, si stanno rendendo conto che l'opinione pubblica è più matura di quanto pensassero, e apprezza un modo meno esasperato di gestire le questioni. Monti non lo dice esplicitamente, ma questo è tutto merito del piglio col quale il governo tecnico ha affrontato questioni incancrenite da anni, pensioni, liberalizzazioni, lavoro. Ed altrettanto implicito il fastidio verso certe critiche e resistenze: come dire, sto cambiando il paese, lasciatemi lavorare, altrimenti me ne vado e glielo spiegate voi alla pubblica opinione. Perché io so' io.

Per risposta i partiti un po' preoccupati si sono affrettati a siglare una intesa sulla riforma delle istituzioni e della legge elettorale. Non è la prima volta, per la verità: e per questo c'è poco da fidarsi che sia quella buona.
La riforma istituzionale richiede alcuni passaggi di modifica della Costituzione, dunque quattro passaggi parlamentari in meno di un anno: se riuscisse sarebbe un record senza precedenti. Anche la riforma più semplice e apparentemente condivisa, cioè la riduzione del numero dei parlamentari, richiede una modifica costituzionale: ma si può fare un pezzo senza toccare il resto? Discorso diverso per la legge elettorale: che non è di rango costituzionale e dunque si può fare più in fretta. Magari aspettando l'autunno.
Ma si può mettere mano ai meccanismi elettorali senza cambiare il quadro istituzionale? Non è bello, ma in realtà si può, se la cornice regge ai dettagli, dove il diavolo si annida. La cornice è chiara: i tre partiti hanno tutti più o meno da guadagnare dalla fuoriuscita dal bipolarismo forzato di questo ventennio, e del resto nessuno può mettere in campo una coalizione veramente convincente e un leader sicuramente vincente. I dettagli però - dalla soglia di sbarramento, all'ampiezza dei collegi, al premio di maggioranza, al significato che assume l'indicazione del premier - possono costituire un problema sia fra i contraenti dell'intesa, sia fra i molti che all'intesa sono contrari e si preparano a scatenare l'inferno nelle aule parlamentari. Sarà dura, insomma, ma forse meglio che continuare a prendere schiaffi.