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Americae

Cuba, appunti di viaggio dall'isola che non c'è. La rivoluzione incompiuta del Caribe

Le ville dei maggiorenti del regime, un orologio rubato, Castro e l'orgoglio cubano. Storie di un'isola che difende la sua storia ma vorrebbe cambiare - quasi - tutto.

redazione
domenica 1 aprile 2012 16:58

Pubblichiamo il racconto scritto per il Mondo di Annibale da Iacopo Scaramuzzi che a Cuba ha seguito il Papa, ma poi ha proseguito lungo le strade dell'Avana. Questa è la sua storia.

Di Iacopo Scaramuzzi

A Cuba mi hanno rubato l'orologio. Marxismo un par di palle. I maggiorenti del Partito vivono in villazze sontuose tra Miramar e Siboney, i quartieri delle ambasciate straniere all'Avana, mentre la popolazione fa la fame. E, di conseguenza, qualcuno ruba. Sulla guida leggi che, camminando per strada, "il rischio più grande che si può correre è quello di essere colpiti da una palla da baseball o da un filo per stendere la biancheria che si è allentato". Che bucolico. E invece mentre passeggio sul lungomare vengo affiancato da Rodolfo e Alfredo - così si presentano - che si mettono a chiacchierare cordialmente, e un po' insistentemente, in uno scoppiettante miscuglio di spagnolo e italiano. Penso che mi vogliono proporre qualche ragazza o un sigaro fradicio, come mi è già capitato una mezza dozzina di volte, e decido di stare al gioco, di solito dopo un po' desistono. Ma questi no. Capelli impomatati, vestiti griffati italiani, sembrano usciti da un film con Vittorio Gassman, sono un fiume in piena di parole. Poi all'improvviso i due guappi cubani mi salutano. Meglio, mi assaltano. Mi abbracciano vigorosamente, mi tengono, mi scuotono. Faccio appena in tempo a mettere le mani sul portafoglio e sulla tasca dove tengo il passaporto che loro sono già spariti, inghiottiti nei budelli della città vecchia. Guardo che ora è. ma l'orologio non c'è più. Peccato, era un'autentica patacca ma ci tenevo.

"Fidel Castro io lo critico tutti i giorni, ma non lo puoi criticare tu che sei straniero", mi dice una donna cubana. Questo orgoglio per il padre della patria mi spiazza. Lei è istruita, molto intelligente, ha girato il mondo. Capisco di aver capito ancora molto poco di Cuba.

Strano regime, quello cubano. Fidel ha tolto ai suoi concittadini molte libertà, ma, a differenza dei satrapi orientali, non si trova una sua immagine e tantomeno una sua statua in giro per l'Avana. Ha perseguitato, arrestato e ucciso gli oppositori politici, ma senza la crudeltà di tanti altri regimi latino-americani. Ha molti nemici, ma neppure gli esuli di Miami, ormai, vogliono una fine cruenta del suo regime dagli esiti incerti. Sono vecchi e vogliono solo tornare a casa prima di morire. Una guerra civile provocherebbe solo morti e un collasso definitivo dell'economia. O una sua svendita selvaggia agli appetiti esteri che si affacciano in questa fine regno, dagli Stati Uniti, alla Spagna alla Cina, che pianta come bandierine le sue imprese e i primi ristoranti "Shanghai" sull'isola caraibica. Ora Fidel ha 85 anni ed è malato, ma per i cubani è comunque lui il capo, nel bene e nel male. Forse ci si aggrappano come si fa con un padre che ti ha fatto soffrire ma è comunque tuo padre e, soprattutto, è meglio di tanti patrigni. Le immagini che lo ritraggono nell'incontro con Ratzinger, oltre a mostrare un inquietante somiglianza con padre Pio, fanno vedere un uomo vecchio coperto da un giaccone e un foulard che nascondono chissà quali apparati medici. Per ogni buon conto, la televisione pubblica cubana non le ha mostrate al popolo. Perché Fidel, per i cubani, è vivo e lotta insieme a noi. Del resto, anche Ernesto "Che" Guevara è ancora vivo. Le sue immagini sono dappertutto, i bambini inneggiano a lui all'inizio della mattina a scuola, al posto dell'alzabandiera al di là del golfo della Florida, e la foto del suo cadavere non è mai stata mostrata nell'isola.

Alla fine di una giornata di lavoro vado a prendere un po' di aria sul lungomare di Malecon. Lascio la sala stampa allestita al lussuoso Hotel Nacional per la visita del papa, tenuta a temperatura da frigorifero da un'aria condizionata impietosa, e mi investe una stordente aria umida e calda. Passano pochi minuti e due ragazzine mi si avvicinano. Una è bellissima. Si siede accanto a me, attacca a chiacchierare, mi chiede di avvicinarmi, poi salta i convenevoli: "Questa notte vuoi fare l'amore con me?". Sorrido, la guardo un po', poi mi allontano. Mi volto e saluto un'ultima volta lei, le sue gambe affusolate e i moccoli che mi tira dietro per non averle fatto guadagnare quello che un medico qui guadagna con lo stipendio di un mese.

I bambini sono i re di Cuba. Di prima mattina sfilano a due a due con camicetta bianca e un nodo rosso al collo e si infilano a scuola. A scuola ci vanno tutti. Se per un paio di giorni non mandi tuo figlio senza giustificazioni, i funzionari statali vengono a prenderlo a casa e tu rischi una multa salata, se non peggio. I bambini che ho visto erano belli e puliti. Mi raccontano che sull'onda del turismo sessuale a caccia di jinteras, qualche anno fa è sbarcato a Cuba un gruppo di pedofili occidentali. Tolleranti con il jinterismo e i suoi profitti, tempo qualche giorno le autorità cubane li hanno acciuffati e sbattuti in carcere. I bambini qui non si toccano.

I barboni non sono i re di Cuba. Lo Stato socialista non è riuscito a garantire vitto e alloggio a tutti. O, quantomeno, non ci riesce più. Finita nel cono d'ombra della geopolitica mondiale con la fine della guerra fredda, l'isola non ha più ricevuto i finanziamenti a pioggia a cui era stata abituata nei decenni precedenti dall'Unione Sovietica. E' iniziato il cosiddetto "periodo especial", che di fatto dura tuttora. Si fa la fame. Anche i paladar, ristoranti privati, versano gli introiti allo Stato, che poi rigira loro uno stipendio stentato. Quando lasci una mancia di cinque dollari si commuovono. File davanti alle banche, file per la spesa in supermercati semivuoti. E negli ultimi anni sono aumentati i senza fissa dimora. Solo all'Avana saranno oltre un migliaio. Un paio di settimane prima che arrivasse il papa sull'isola, il governo ha deciso di allontanarli per non fare brutta figura. Ed ha preparato il terreno a questa operazione scrivendo male di loro sui giornali del partito. In modo molto poco socialista.

Da quando è andato al potere nel 2008, Raul Castro - detto, più famigliarmente, "il fratello" - ha iniziato a riformare il socialismo cubano. Lungo la strada che dall'aeroporto giunge al centro dell'Avana non sembra. Per l'arrivo del papa, accanto a un paio di cartelli di benvenuto a "Su Santidad", è tutta una sfilza di cartelloni e scritte ripittate di fresco che tengono in vita un'ideologia stordita: "Fieles a nuestra historia", "Los cambios en Cuba sono par mas socialismo", "Mas unidos y combativos", "Socialismo o muerte". Le dichiarazioni di ministri e mandarini negano ogni riformabilità del sistema politico. Ma un Castro sta gestendo il dopo-Castro. Tra qualche mese potrebbe essere promulgata una epocale legge che permette ai cubani di andare all'estero (altro è che i paesi di destinazione concedano il visto.). Negli anni scorsi già è stata permesso ai cubani di comparsi un telefono cellulare, di avviare una piccola attività di impresa e di vendere o comprare casa. "Con quali soldi la compro?", mi domanda, ironico, un ragazzo.

Chiedo a una signora europea che trascorre parte dell'anno a Cuba la cosa che ama di più e la cosa che odia di più dell'isola. La cosa che odia di più è quando, al ristorante o nei negozi, le rispondono "No hay", non c'è. Accade molto spesso. La cosa che ama di più è. la libertà. "Paradossalmente qui c'è maggiore libertà che da noi. Libertà di comportamento. Nessuno si scandalizza, nessuno ti giudica, il sesso e i rapporti umani sono semplici e allegri". Grande libertà a patto di essere poco liberi. Nei taxi, ai ristoranti, per strada, in chiesa chiedi alle persone se a Cuba servono cambiamenti, i tuoi interlocutori si guardano intorno circospetti, controllano che non ci sia qualcuno ad ascoltare, magari un poliziotto in borghese, poi fanno una smorfia, confidano poche parole, "tante cose dovrebbero cambiare.", ma subito smettono di parlare. Nessuno vuole essere citato da un giornalista. Il patto implicito per trovare informazioni è l'anonimato. O l'ironia. In un famoso locale della città vecchia dell'Avana il mio amico Bob chiede se può fumare il sigaro al tavolo, e il cameriere, sornione, risponde: "Of course, it's a free country.".

Il tassista che guida una scalcagnata Lada degli anni ottanta sente che con i miei colleghi parliamo italiano e interviene per raccontarci che sua madre e sua sorella hanno aperto un salone di parrucchiera a Civitavecchia. "E perché non vai pure tu?", gli domando. "A Cuba - risponde - si sta meglio per tre motivi". Primo, "le donne italiane se la tirano troppo". D'accordo. Secondo, "in Italia si lavora troppo". Già. Terzo, "in Italia tutto costa troppo". Gli dico: "Ma qui siete poveri". Ribatte: "Nessun paese è perfetto!". Sono perplesso. Poi torno in Italia e all'aeroporto compro il giornale: "L'elettricità aumenterà del 9,8%", "Gli imprenditori dichiarano redditi inferiori ai dipendenti", "E' ancora allarme Grecia". Hasta Siempre, Cuba!