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Culture

"Perle d'Africa" a Murano

Franco Basaglia racconta la storia di Moulaye Niang, senegalese diventato maestro del vetro, sfidando la gelosia creativa di Venezia e aiutandola a pensare al futuro.

guido moltedo
mercoledì 4 aprile 2012 07:42

Senegalese o veneziano? Moulaye Niang se lo chiede, con una leggera inquietudine identitaria, quando torna in Senegal, e i suoi parenti e amici non fanno che domandargli: «Allora, quando torni a casa?». Alludono a Venezia, ovviamente, la città dove vive e lavora da diversi anni, ormai. Casa sua. Infatti, parla con accento e modi di dire veneziani, Moulaye, temperamento mite e riflessivo, quando non suona con ritmo contagioso la sua batteria. L'unica cosa da non veneziano, i famosi spritz, che da buon musulmano evita. In compenso, pratica un'arte che devi essere proprio della laguna per conoscere e saper fare: il "vero" (il vetro). Per intenderci: è come un africano (o un biondo scandinavo, fa lo stesso) al remo di una gondola.
Mestieri veneziani. Chiusi. Perfino avvolti nella segretezza, come nel caso dei vetrai di Murano. Quella segretezza, imposta dalla Serenissima, che ha consentito per secoli di tramandare di padre in figlio, di maestro in apprendista, un'eccellenza imitatissima ma inimitabile. Tutto questo, non a caso, in un'isola. Murano. L'isola del fuoco, perché costellata di fornaci. Non ci sono scuole - e come ci hanno provato! - che possano insegnare quello che s'impara in bottega, con un Pino Signoretto o con un Davide Salvadore. Eppure oggi, proprio quella gelosia creativa sta portando alla fine di Murano e della sua arte, sotto l'assedio crescente delle imitazioni cinesi che sommergono Venezia. I giovani, nell'isola, sono pochi e un mestiere di grande fisicità e di sacrifici non è attraente nel mondo d'oggi. Ed ecco un giovane senegalese, padre orafo, madre creatrice di bambole africane, un giovane dotato di talento e di tenacia, che viene apposta a Venezia per imparare l'arte del "vero" e che giorno dopo giorno, mese dopo mese, riesce alla fine a superare l'impenetrabile chiusura dei muranesi.
E qui inizia la sua storia di perlèr. Seduto su uno scagno, la sedia dei maestri vetrai, oggi lo vedi nella sua bottega intento a fondere il vetro su una fiamma arancione e blu per poi soffiarlo attraverso una cana da vero creando una piccola sfera colorata. Nasce una perla, una dopo l'altra, una diversa dall'altra, una più colorata dell'altra.
Le perle, nella sua Africa, erano moneta corrente, servivano pure a comprare gli schiavi, e oggi le usano tuttora per riti di matrice animista, o le donne, per acconciarsi i capelli o per adornare i vestiti e i copricapi. La rotondità della perla veneziana rispecchia il cerchio che si chiude tra la bottega di Moulaye e il suo Senegal. Una narrazione "circolare" che rimanda dalle acque veneziane alla polvere del caos urbano africano, dove il maestro vetraio torna per insegnare, in una comunità, ai bambini di strada come fare, delle perle, un mestiere. Una storia che è diventata un film: il bellissimo documentario del giovane veneziano Franco Basaglia, Le perle di ritorno. Odissea di un vetraio africano. Sessantuno minuti di ottimo cinema che si spera di poter godere presto nelle sale italiane, dopo che i veneziani l'hanno potuto vedere in anteprima, nel circuito dei cinema comunali, grazie all'inossidabile sensibilità di Roberto Ellero, direttore del dipartimento attività culturali del Comune di Venezia.
Visioni che si sono giustamente concluse con applausi. Innanzitutto, perché la storia è indubbiamente originale e avvincente, e, da questo punto di vista, le immagini di Basaglia hanno un effetto moltiplicatore, senza - miracolosamente - mai cadere nell'ovvietà stucchevole dell'iconografia veneziana e lagunare o di quella tipica delle bidonville africane. Si vede che Basaglia ha lavorato con maestri come Spike Lee. E poi Moulaye Niang non ha solo una storia da raccontare, è lui stesso un personaggio, e Basaglia lo sa valorizzare. È interessante anche la "morale" del film, il valore cioè della mescolanza culturale, che è una grande opportunità per ridare spinta a questo nostro Occidente stanco. Nel film si vedono in alternanza le scene di Moulaye, perfettamente integrato, e quelle del suo allievo Daouda Gueye in bottega, anch'egli "venezianissimo", con immagini di vu cumprà africani carichi di borse costantemente in ansia o in fuga tra le calli e le rive. Sono giovani probabilmente istruiti. Di talento. Anche Moulaye ha venduto borse per un po'. Con la sua storia dice che anche loro sono un risorsa, che anche loro possono contribuire a ridare vita e futuro a una città splendida ma a rischio di asfissia, se solo avessero l'opportunità che Moulaye si è dovuto guadagnare con tenacia.
Avendo goduto anche dei sussidi dalla Regione Veneto, il lavoro di Basaglia induce a pensare che qualcosa, nelle istituzioni, si comincia a capire, sull'importanza dell'immigrazione nel nostro paese. Sono muri che cominciano a sgretolarsi, dunque, sia pure ancora tra mille diffidenze e ostacoli. E d'altronde anche la famosa "chiusura" dei veneziani, e dei muranesi in particolare, è più un atteggiamento orgoglioso che una diffidenza reale verso l'altro. Il film raggiunge le punte più alte quando senti parlare i maestri Signoretto e Salvadore, quando li senti parlare con fierezza del loro mestiere, li vedi nelle fornaci, li vedi in osteria. E poi a suonare la batteria con Moulaye. O quando entra in scena la signora Valentina che cala giù dalla finestra, con la corda e il cestino, un piatto di pasta per Moulaye. Una comunità ricca di storia e di umanità, quella veneziana, che non ha alcuna intenzione di vedere finire la sua storia. Anche "contaminandosi" con altri popoli. Come ha sempre fatto.