Globalist:
stop
 
Connetti
Utente:

Password:



Culture

I miei occhi malandati e Hugo Cabret, la favola che ci tenne svegli

Visioni notturne, sogni parigini e avventure. Fra oculistica e memoria del '900, lo stupore che ti prende di fronte al film di Martin Scorsese e alle sue molte implicazioni

redazione
giovedì 5 aprile 2012 00:04

Di Francesco Peloso

Come un prologo
Ci siamo presentati al cinema con un certo anticipo, abbiamo preso due biglietti "non troppo lontano dallo schermo". Il cassiere ci comunica che si tratta della versione in 3D. "Ah, non lo sapevo," faccio perplesso, "e gli occhialetti?" chiedo. "Quelli ve li diamo dopo, quando entrate". Rassegnato acquisto i biglietti, non mi fido troppo del 3D, un'esperienza precedente non mi aveva troppo convinto. E poi ho un po' di resistenze da nordcoreano, che poi è uno stile di vita vagamente rigido, una forma di resistenza al profluvio di 'novità' incontrollabili. Mi dico: 'ora quando vai al cinema devi controllare pure se lo fanno in 3D oppure no, che fatica'. Vabbè, ci sono cose peggiori. Con Roberta andiamo a mangiare una pizza nelle vicinanze, conosciamo il posto, sono rapidi e di qualità, finiamo di mangiare e siamo più che in tempo per lo spettacolo delle 22,30.

Ho voglia di vedere il film di Scorsese, ma sono un po' stanco e raffreddato, in più - e quel che è peggio - ho gli occhi che mi bruciano e mi lacrimano da qualche giorno. Ci mettiamo in fila, c'è da attendere un po', la pratica della consegna degli occhialetti richiede qualche tempo, infine siamo dentro. Si spengono le luci e ci mettiamo subito gli occhialetti, "anche i titoli sono in 3D" mi avverte Roberta, e mi metto a guardare il film con i miei occhi stanchi.

Dentro il film
Un minuto dopo sono dentro Hugo Cabret, dentro il film voglio dire, letteralmente: la stazione di Montparnasse mi passa addosso, posso toccare la folla, i passeggeri in attesa sulla banchina, i bagagli, i treni. La storia mi circonda, la neve di Parigi cade sulle sedie davanti a me, e Parigi, negli anni '30, torna ad essere città amata e incantata fra le città amate e incantate. Scorsese, ormai lo saprete, ha fatto uno scherzo e un miracolo insieme: ci ha trasformati negli spettatori che per primi assistettero a un film all'epoca dei Lumiére, con quel treno che spaventava tutti e la gente si alzava per la sorpresa. Ora non ci alziamo, rimaniamo composti, anche per non fare brutta figura, ma il treno entra di nuovo fra le sedie nel buio della sala.

Parigi, anni '30. E' la città che inventa tutto, o dice di reinventare il mondo, e ogni cosa, anche il cinema, ha avuto inizio lì. Le citazioni si sprecano e trovarle nel film diventa quasi un gioco. Chaplin, poi Lumiére naturalmente, quindi George Méliès la cui storia è al centro della narrazione costruita come una favola avventurosa. C'è anche un autonoma che sembra il bisnonno di quello mitico di Guerre stellari (non il piccoletto, l'altro, il personaggio alto e un po' timidone, impacciato, con sembianze umane che non vorrebbe viaggiare nello spazio), poi le gag comiche da film muto, anche Metropolis, Buster Keaton e molto altro. Di seguito chiavi segrete, incroci del destino, rocamboleschi inseguimenti. Hugo Cabret, orfano che vive dentro l'immensa stazione di Montparnasse aggiustando e tenendo in funzione gli orologi e vivendo nei cunicoli, nelle infinite intercapedini di ferro che si snodano intorno e dietro la grande stazione, e la sua amica Isabelle, coraggiosa, lettrice di libri e quindi avventurosa per eccellenza, ridaranno vita e speranza al dimenticato George Méliès. Questi, ora, ha solo un negozietto di giocattoli e piccoli automi nella stazione-città e vive dimenticato da tutti. Ma è lui il vero inventore del cinema, l'uomo che ne aveva compreso le potenzialità narrative, il creatore del sogno che trasporta in altri mondi. Méliès, non a caso, grande illusionista, moltiplica e amplia l'orizzonte visivo con il cinema, capisce che quella porta, appena inventata, si apre su altre dimensioni.

La guerra
Ma poi arriva la guerra, la Grande guerra, che cancella ogni favola e vagheggiante sogno, fa scomparire Méliès e le sue visioni di lune e giganti, di draghi e cavalieri. E' l'irrompere della morte di massa, le stragi inaudite sulla Somme, sul Carso, in Russia. Le trincee infinite che sorvolate dall'alto sembrano un quadro cubista, la produzione industriale al servizio dello sforzo bellico, il ferro, il fuoco e la carne, ancora, che riempiono le trincee. Non muore nel fango del fronte solo il sogno di Méliès, cade ogni idealismo, come l'interventismo democratico e post risorgimentale degli intellettuali triestini.
Da poco ho avuto modo di leggere un libro sulla prima guerra mondiale, "La paura", di Gabriel Chevallier. E' il romanzo tratto da una storia vera del conflitto vissuto nelle trincee francesi. Una sequele di orrori, certo, ma anche la paura come sentimento dominante e quotidiano di ogni soldato, antidoto alla retorica, stato d'animo ossessivo che unisce le trincee avverse, incubo di ogni ora, di ogni giorno, di oggi passo. Così, la Grande Guerra, porta via con sé il romanticismo, chiude con l'idea, del resto mai fondata, di una guerra eroica. Analoga indagine sulla paura, sul terrore che prende i soldati nel momento del conflitto a fuoco, della carica senza protezione contro le fortificazioni nemiche, viene compiuta da Tolstoj nei racconti dell' 'Assedio di Sebastopoli', memoria della guerra di Crimea. Nel film, la cesura del conflitto, raccontata a voce dai protagonisti, è solo accennata visivamente: con una moltitudine in marcia, stanca e seria, e non a caso si tratta di immagini "vere", documenti dell'epoca.

L'avventura
Dentro Hugo Cabret c'è però, soprattutto, il mondo dell'avventura. Quella concepita e vissuta da ragazzi, letta sui libri, rimasta impigliata in qualche estate, in qualche città assolata fra infanzia, adolescenza e prima giovinezza. E allora il mondo degli adulti appare così sproporzionato, inutilmente rigido nelle sue paure accumulate nel tempo, nelle sue incertezze sui sentimenti. Hugo Cabret e Isabelle, la figlia adottiva di Geroges Meliés, ricostruiscono un pezzo dopo l'altro la vera identità del grande illusionista-regista (che nel frattempo si è eclissato dal mondo), incontrano un giornalista appassionato degli albori del cinema e con il suo aiuto ridanno vita - passando attraverso inseguimenti, spaventi, incontri sorprendenti - al sogno di Meliés, ai suoi innumerevoli film. Hugo è inevitabilmente un po' il Monello di Chaplin, o il protagonista in versione urbana di qualche racconto di Mark Twain, ma va oltre, fa anche dell'altro: legge Robin Hood e ridà vita all'automa lasciatogli in eredità dal padre orologiaio, ha un suo speciale destino.

Siamo quasi alla fine.
Gli occhi mi bruciano dopo un po' che guardo il film, un breve, lunghissimo sogno. Hugo Cabret fugge per le strade di Parigi, una Parigi che in realtà non esiste, abitata nella nostra fantasia, città che ci illude e si illude di raccogliere dentro di sé il cuore pulsante del '900. Ce ne andiamo verso casa che è tardi, stanchi e pieni di meraviglia, i lampioni notturni sono in 3D anche fuori, strano no? La città è già silenziosa, mezza addormentata, c'è un clima di precoce primavera, siamo presi dalla favola luminosa che abbiamo appena visto. Ringrazio i miei meravigliosi occhi stanchi, lacrimosi e lamentosi. Lo stupore ci tiene svegli, la notte si stende tutto intorno a noi, ci addormentiamo dalle parti di Montparnasse.

Commenti
  • Daniela 05/04/2012 alle 20:02:44 rispondi
    GRAZIE
    Grazie, grazie, grazie! Non si poteva descrivere meglio. Proprio un delizioso, appassionante e commovente sogno. Anche io "miracolosamente" ho vissuto dentro al film... e pensa che (volutamente) non l'ho visto in 3D!
  • redazione 07/04/2012 alle 16:59:03 rispondi
    :-)) grazie...in ogni caso, come si sarà capito, almeno in questo caso il 3D merita!