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Europa

Gunter Grass, un caso capovolto

Può un tedesco dire la sua su Israele? Si può entrare nel merito delle sue critiche? Il muscolarismo israeliano è un tabù?

redazione
sabato 7 aprile 2012 10:31

di Sandra Paoli
Può un intellettuale tedesco dire la sua su Israele, senza che sia passata al vaglio la sua biografia? Si può entrare nel merito delle sue critiche, o queste non contano niente mentre conta solo discutere dei suoi remoti trascorsi giovanili? Deplorevoli. Vergognosi, certo. Ma non è che così si finisce per parlare solo di lui e occultare la sostanza della sua denuncia?
Alludiamo al premio Nobel per la letteratura Günter Grass, che per molti anni si è imposto il silenzio sulla deriva militarista d'Israele e sulle forniture a Israele da parte della Germania di armamenti avanzati, tra cui sottomarini a propulsione nucleare in grado di lanciare missili atomici. Forniture a costo zero che dovrebbero risarcire il popolo ebraico vittima dell'Olocausto. Grass ha rotto il silenzio con la poesia "Ciò che va detto", pubblicata dalla Süddeutsche Zeitung e, in Italia, dalla Repubblica. Versi non esaltanti letterariamente. Per avere scritto i quali sono piovute addosso a Grass accuse di antisemitismo, rese ancora più brucianti dalla rievocazione della sua adesione - aveva 17 anni - alle SS.
Pierluigi Battista parla di "ira antisemita" e accusa Grass di minimizzare la minaccia iraniana nei confronti di Israele. Ma siamo sicuri che essere amici di Israele significa assecondarne la politica muscolare? O agevolarne la tentazione crescente di lanciare attacchi militari contro l'Iran fornendogli sistemi d'arma sempre più sofisticati?
La Germania, peraltro, ha ben altri modi per risarcire il popolo ebraico. E - forniture d'armi a parte - li sta mettendo in pratica. Per esempio, con la "Renaissance des deutschen Judentums", il Rinascimento dell'ebraismo tedesco. È un programma che s'inserisce in una politica d'immigrazione fortemente voluta e iniziata da Helmut Kohl e incrementata da Gerhard Schröder. Grazie a questo programma oggi vivono in Germania circa duecentomila ebrei, il novanta per cento dei quali è immigrato negli ultimi vent'anni dall'ex Unione Sovietica. Da sottolineare che nel 2002 ci sono stati più "post-sovietici" immigrati in Germania che in Israele. Tanto che l'agenzia ebraica ha fatto, inutilmente, pressioni sul governo tedesco perché renda meno convenienti le condizioni offerte agli ebrei russi, in modo da dirottarli verso Israele.
Insomma, la Germania ha già realizzato e continua a realizzare un'opera di risarcimento dei danni nei confronti delle vittime della Shoah, accogliendo gli ebrei e facendo sì che diventino parte importante della nuova società multiculturale tedesca. È questa la scelta da condividere, e anche da studiare, come esempio di buona riuscita di integrazione in Europa. E ha ragione Grass a temere che la cattiva coscienza di una certa Germania alimenti invece un militarismo che fa d'Israele una potenza sempre più temuta ma sempre meno rispettata e sostenuta.