Globalist:


L'Italia e ....

Il tramonto piace ai tecnici, soprattutto quello della Lega

La competizione sull'elettorato leghista si riapre per tutti. E Monti segna un problema in meno. La maggioranza è malata, ma l'opposizione non si sente troppo bene.

Maurizio Ambrogi
venerdì 13 aprile 2012 16:53

Sarà un caso, ma nell'era del governo tecnico, dopo il tramonto di Berlusconi, assistiamo a quello di Bossi e, forse, della Lega. Il declino di un impero, quello del Carroccio, che solo in parte può attribuirsi ai soliti magistrati. Le inchieste sfiorano per ora i protagonisti, ma mettono in evidenza i vizi di un gruppo dirigente ingessato e inamovibile da vent'anni, nonostante la malattia che ha segnato il corpo del Capo. La nemesi è inevitabile: una base coltivata nell'odio di Roma Ladrona e nel mito della diversità padana, si ribella ai ladroni scoperti in casa propria. E basta il sospetto per far scattare la voglia di pulizia e il riflesso giustizialista troppo a lungo sublimato nell'era berlusconiana.
La domanda a questo punto è quanto debba essere profonda l'opera di purificazione interna. E se possa bastare dare in pasto al popolo la testa dell'indifendibile tesoriere Belsito e quella della donna-ombra di Bossi da otto anni. Rosy Mauro è la vittima sacrificale ideale: donna dal vigore maschile, tratto arrogante e prepotente, origini meridionali (come peraltro quelle della moglie del Capo).
Ma se la tesi è che abbia, lei da sola, raggirato la Guida Suprema, quale credibilità e carisma residua alla suddetta Guida per rimanere influente nel movimento, e forse anche per salvarsi prima o poi da qualche accusa che lo sfiori assai più da vicino? Quale autorità rimane al vecchio leader, rimasto solo, che non ha la forza di impedire il sacrificio della persona che gli è stata più vicina, e deve rifugiarsi nel proprio studio per evitare di esprimersi nel voto che la condanna? L'impressione è che il declino di Bossi sia nell'impotenza dimostrata fisicamente in questi giorni: le scuse e il pianto martedì nel raduno di Bergamo, la scelta pilatesca ieri sera in Via Bellerio di fronte al crucifige. E si immagina dietro questo passo indietro la speranza che dando in pasto ai nemici Rosy Mauro, si potesse salvare il resto della famiglia.
Maroni esce sicuro vincitore di questa partita: e ottiene che il campionato si accorci, con il congresso anticipato a fine giugno, per evitare che il fronte disarticolato dei suoi avversari, ancora numerosi e pericolosi, possa riorganizzarsi per fermarlo o condizionarlo. L'altra domanda riguarda proprio lui. Pochi dubbi che possa diventare il nuovo segretario della Lega: si è sfilato in tempo dall'ala protettiva del Capo, ha segnato per tempo il suo dissenso sulla linea politica, ha resistito con abilità ai tentativi di eliminarlo. Parecchi dubbi, invece, sul fatto che possa dominare il Carroccio come per vent'anni ha fatto Bossi, con straordinario fiuto politico e grandi capacità di creare narrazioni e indicare obiettivi (tutti peraltro falliti). Non sarà con l'ampolla, i raduni e i riti pseudoceltici che Maroni potrà motivare di nuovo il fantomatico popolo padano. Bisognerà ricominciare da capo, recuperare un po' della duttilità e della concretezza dimostrata dai migliori sindaci leghisti, attenuare certi estremismi, rivedere l'illusione dell'autosufficienza: soprattutto se le prossime elezioni amministrative dovessero costare al carroccio roccheforti importanti. La frustrazione del Nord, che la Lega ha ben intercettato, ma male interpretato, rimane tutta.
Ma non c'è più un solo partito titolato a rappresentarla: la competizione su quell'elettorato si riapre per tutti. Mentre Monti, alle prese con i turbamenti del trio ABC, almeno segna in agenda un problema in meno. La maggioranza è malata, ma anche l'opposizione non si sente troppo bene.