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L'affarismo che sequestra Venezia

Un altro pezzo pregiato di Venezia si trasforma in megastore. Scelta opportuna? L'opinione di Antonio Alberto Semi

guido moltedo
domenica 11 marzo 2012 10:16

I veneziani vedono l'ennesimo pezzo pregiato della loro città trasformarsi in un prelibato boccone per l'industria immobiliare e turistica, agguantato per di più con pochi soldi. E i loro animi s'infiammano. La sorte del Fondaco dei tedeschi, il grande e storico edificio sul Canal Grande, a pochi metri dal ponte di Rialto, acquistato dai Benetton con l'idea di modificarne l'architettura e farne un megastore, è solo l'ultima ed emblematica vicenda di una brutta storia. Quella del patrimonio di una città unica al mondo, inesorabilmente sottratto a chi in questa città vive, per metterlo a disposizione dei ventidue milioni di turisti che ogni anno l'invadono. Ne parliamo con un cittadino illustre di Venezia, lo psicoanalista Antonio Alberto Semi, in una conversazione che, prendendo lo spunto dal Fontego, come i veneziani chiamano il Fondaco, mette a fuoco il destino affaristico che sequestra la vita della città e dei suoi abitanti. E che tuttavia non è affatto un destino ineluttabile, perché, - spiega Semi - proprio l'unicità di Venezia offre in dote ai suoi cittadini e visitatori non occasionali opportunità economiche e culturali che, se colte e sfruttate nel modo giusto, potrebbero rinverdire la vita della città e darle un ruolo importante nel mondo d'oggi.I veneziani vedono l'ennesimo pezzo pregiato della loro città trasformarsi in un prelibato boccone per l'industria immobiliare e turistica, agguantato per di più con pochi soldi. E i loro animi s'infiammano. La sorte del Fondaco dei tedeschi, il grande e storico edificio sul Canal Grande, a pochi metri dal ponte di Rialto, acquistato dai Benetton con l'idea di modificarne l'architettura e farne un megastore, è solo l'ultima ed emblematica vicenda di una brutta storia. Quella del patrimonio di una città unica al mondo, inesorabilmente sottratto a chi in questa città vive, per metterlo a disposizione dei ventidue milioni di turisti che ogni anno l'invadono. Ne parliamo con un cittadino illustre di Venezia, lo psicoanalista Antonio Alberto Semi, in una conversazione che, prendendo lo spunto dal Fontego, come i veneziani chiamano il Fondaco, mette a fuoco il destino affaristico che sequestra la vita della città e dei suoi abitanti. E che tuttavia non è affatto un destino ineluttabile, perché, - spiega Semi - proprio l'unicità di Venezia offre in dote ai suoi cittadini e visitatori non occasionali opportunità economiche e culturali che, se colte e sfruttate nel modo giusto, potrebbero rinverdire la vita della città e darle un ruolo importante nel mondo d'oggi.

Perché vi appassionate tanto al destino del Fontego? Io, come tanti altri, ci sono stato per spedire una lettera o pagare un conto corrente. Lo consideravo solo la sede delle Poste... Ma per voi veneziani cos'era, cos'è?

È un palazzo storico. Del Cinquecento. Edificato dai veneziani nel 1228, concesso ai tedeschi prima, fu poi trasformato in dogana nel 1806, sotto Napoleone ha subìto diverse trasformazioni radicali sin dal 1506. Occupa una posizione centrale in città. Nella zona di Rialto, del mercato, delle magistrature. È la zona di maggior passaggio e d'incroci di tutti i percorsi della città. Per di più, negli ultimi sessant'anni, è stata la sede centrale delle Poste, e quindi era il posto dove tutti i veneziani passavano. In questo senso era anche molto sentito dai veneziani come un loro palazzo. Un palazzo della città.

Sì, ma appunto era "solo" la sede delle Poste...

A Venezia siamo talmente abituati a vivere in contesti storici che non li consideriamo mai tali i palazzi, le case, le chiese, che hanno anche secoli di storia. Fanno parte delle nostre abitudini, ci viviamo dentro. E il Fontego, proprio perché veniva usato in continuazione, non era considerato "storico". Del suo valore ci siamo accorti solo quando è stato venduto dalle Poste alle Edizioni Property. E adesso che c'è la polemica sul che farne. Nel narcisismo di noi veneziani c'è sempre il fatto di sapere tutto della città. In realtà, a ben vedere, ne sappiamo molto poco. Noi viviamo molto sui miti della città. E tra i miti c'è anche questo dei fonteghi come spazi commerciali in cui vivere. In realtà, all'epoca, quando era ancora davvero il Fontego dei tedeschi, era uno spazio totalmente chiuso. Nessuno ci poteva entrare. Ci potevano entrare e stare solo i mercanti tedeschi e le loro mercanzie. È da notare che neppure loro potevano uscire. La sera le guardie chiudevano il Fontego e chi era dentro era dentro. Neppure i veneziani potevano entrarci.

Se nasce come edificio adibito a magazzino e al commercio, che male c'è se oggi ne fanno un megastore?

È un argomento che si adopera adesso. Certo, solo il Palazzo Ducale ha davvero un valore simbolico per i veneziani per cui è certamente antico, storico, meraviglioso. Ma chi entra, per dire, a Ca' Farsetti, che pure è un palazzo assolutamente storico, ed è la sede del Comune, non ha la sensazione di entrare in un edificio carico di storia. Non entra per le opere d'arte che vi sono custodite o per l'architettura, ci va per gli uffici comunali e gli sembra naturale trovarsi in un ambiente storico. Lo stesso valeva per il Fontego dei tedeschi. Per il quale l'argomento "storico" e quello delle modificazioni degli anni Trenta è stato tirato fuori dopo, adesso, perché c'è questa polemica strana. Da notare che tantissimi palazzi veneziani, dall'Ottocento in poi, sono stati ristrutturati, modificati, anche nella struttura portante, il che non ne modifica assolutamente i tratti storici. È una caratteristica di Venezia quella di aver sempre riciclato, sempre modificato.

Be', a maggior ragione, se ne può fare oggi un megastore. O no?

Ma il discorso oggi non è tanto sul progetto di Rem Koolhaas. Nel merito si può discutere, dal punto di vista tecnico. Il discorso è sulla destinazione d'uso pubblico del palazzo. Dopo di che, dentro certamente si possono fare delle modifiche. Nessuno si è scandalizzato per le modifiche fatte a Ca' Giustinian dalla Biennale per il restauro e per l'uso del palazzo, compresa una terrazza in cima con bellissima vista sulla Laguna e un bar-ristorante. Perché nessuno si è scandalizzato? Perché è stata conservata la funzione del palazzo. È stata modificata nel senso che vi sono stati aggiunti dei servizi, ma la funzione del palazzo è rimasta.

Insisto. Se un tempo era un fondaco, appunto, perché non può tornare a esserlo, sia pure in veste moderna?

C'è un vincolo di destinazione a uso pubblico nel piano regolatore.

A me sembra che chi si oppone all'operazione Benetton non abbia in realtà un'idea alternativa forte di utilizzo. Peraltro, lo stesso si può dire di molti spazi di cui dispongono i veneziani e che non sanno come "occupare".

È che non si sa cosa fare della città, non dei beni di cui noi veneziani disponiamo. Perché si dice che Venezia decade? In realtà, Venezia ha avuto dei restauri imponenti. Ci sono stati investimenti di denaro enormi, a volte per fare dei restauri vuoti, nel senso che sono stati restaurati edifici che poi non si sapeva come usare. Normalmente uno pensa: faccio il restauro perché destino quell'edificio a una certa funzione. Non qui.

Questo è il problema di Venezia...

Già. Dove si vuole che vada questa città? Anzi, si vuole che vada da qualche parte? La città sta affondando nel denaro, in una quantità incredibile di denaro. Ed è molto difficile nuotare nei dollari.

Da dove viene questo fiume di soldi?

Viene da fuori e inonda tutti i canali, i campi, le calli, al punto tale che è difficile muoversi perché si è impediti da questa marea di monete d'oro che circolano, nella quale ci si butta pensando di raggranellarne quanto più è possibile e mettersele da parte. L'uso privatistico di Venezia va oggi al di là dell'uso normale che qualsiasi cittadino in qualsiasi città ne fa per sviluppare i propri affari, ma anche a vantaggio di tutta la comunità. A Venezia succede l'opposto. La quantità di denaro che circola, soprattutto per attività legate al turismo, è tale che opporre un'idea alternativa di città va contro una quantità di popolazione che ci campa sopra. Campa sul fatto che la città muoia. Muoia nel senso che si svuota dei suoi abitanti, dei negozi che abbiano tipi di merci per una popolazione residente, dei servizi, eccetera. Così la città normale sparisce. E dire che Venezia avrebbe una possibilità straordinaria di diventare la città della conoscenza. È una città che offre sia spazi sia tempi sia luoghi adatti ad attività di ricerca e di pensiero. Oggi in tutto il mondo si dice che il futuro è nella conoscenza. Quando penso ai distretti per le start up che ci sono in Israele piuttosto che in California - distretti concepiti ed empiricamente costruiti per fare in modo che tecnici, scienziati, umanisti lavorino in luoghi dove pensare, fare circolare e scambiare idee - penso che Venezia, più di qualsiasi altra città, offra le condizioni ideali per insediare attività del genere.

Ma non lo fa. La giunta Costa aveva la visione di una città con queste caratteristiche, ma fu ostracizzata da categorie che di fatto bloccano ogni tentativo riformatore e innovatore...

È un città incredibile, Venezia. Qui i gondolieri possono impedire uno sviluppo avveniristico della città. Perché? Perché il gondoliere sembra che abbia un diritto di prelazione sulla città mentre - siamo onesti - è un barcaiolo che porta la sua barca e trasporta delle persone. Ma ha la potenza del simbolo.

Torniamo al Fontego. Con un gruppo di intellettuali veneziani - Alessandro Bianchini, Mario Coglitore, Giovanni Dalla Costa, Andrea Crozzoli, Sandra Paoli - ha proposto un progetto di impiego pubblico dell'edificio...

Ci sembrava l'occasione, questa, per utilizzare un palazzo centrale della città in maniera tale da sviluppare questa prospettiva della conoscenza. Usarlo, quindi, come luogo d'incontro, offrendo anche, al suo interno, occasioni di conoscenza qualificata che potevano anche partire dal sentire dei cittadini. Non la cultura calata dall'alto. Immaginavamo una riflessione a vari livelli su varie realtà. Prendiamo il legno, impiegato per le barche, o il vetro. Non si tratta di esporre cavallini di vetro, una follia, di negozi di cianfrusaglie è piena Venezia, ma di far vedere come avviene il processo tecnico moderno, in termini di pensiero, in termini di design, e che cosa comporta, rispetto, per dire, al vetro della vecchia tradizione, in termini di rivoluzione nella produzione, nella distribuzione e nella vendita. Come tutto questo s'inserisce nelle arti contemporanee. Un discorso diverso rispetto al vendere i cavallini di vetro. Lo stesso vale per il legno: un conto è dire facciamo le barche nello stile tradizionale, altro conto è riflettere sul perché le nostre barche hanno certe caratteristiche e risalire man mano a una cultura dell'acqua e del legno che era una cultura elevata. Una cultura che presuppone conoscenze che oggigiorno sono conoscenze scientifiche. Se c'è un gap conoscitivo in città è quello scientifico. Si vedono in giro attività culturali d'ogni genere, a Venezia. C'è un'offerta culturale strepitosa, perché nessuna città di queste proporzioni offre così tanto dal punto di vista culturale. Quel che manca è un'offerta scientifica. Sono molto contento che abbiano fatto il parco scientifico Vega e che cominci a funzionare. Il guaio è che non è un luogo di transito dove la gente passa e dice: caspita, ecco che cosa sta accadendo nel mondo. Se è un luogo dove uno va solamente perché ha già lì i suoi affari impara poco e quel luogo diventa un ghetto. Ecco, più che pensare al meticciato di persone dovremmo pensare al meticciato di idee. Mettere assieme gente che pensa diversamente. Recentemente le facoltà di ingegneria americane e cinesi hanno messo come obbligatorie, nei primi anni di corso, delle materie umanistiche. Come la conoscenza di altre lingue, che è una cosa enorme per il mondo anglofono, o la conoscenza delle letterature. Così si va nella giusta direzione.

Venezia può avere un ruolo forte come città della conoscenza e dell'innovazione.

È una città che ha opportunità davvero eccezionali. Intanto perché ci passano tutti. Ma poi perché si potrebbe fare invece qualcosa di stanziale per incoraggiare scambi di persone, di competenze, di idee. Che potrebbero dare risultati bellissimi. Oggi tutti parlano del Mose. Ci sarà il problema, una volta inaugurato, della manutenzione e del controllo del sistema di dighe mobili sia sul mare sia sulla laguna. Quello è un momento eccezionale per rivitalizzare l'Arsenale, dove già il Consorzio Venezia Nuova Opera. So che il Consorzio ha già contatti con l'università della California su tutta la parte ingegneristica, cosa già questa importante. Ma c'è tutta la parte naturalistica, e sulla progettazione dell'ambiente Venezia ha una sua storia. La laguna è un ambiente antropico. È un ambiente naturale fatto dall'uomo. Non ci fosse stata la Repubblica non ci sarebbe la laguna. Continuiamo questa tradizione che si basa sul fatto di avere idee innovative. Se i cambiamenti climatici di cui si parla davvero avvengono, se il livello medio dei mari crescerà ancora, sarà un problema mondiale. Sarà essenziale mettere a confronto idee, persone. In questo Venezia potrebbe avere un'occasione assolutamente eccezionale. Di studio, di richiamo. E potrebbe attrarre un altro tipo di visitatori, di persone, di ospiti, di cittadini. Ripopolare Venezia significa attirare qualcuno che ha un buon motivo per starci.

Invece di discutere a quest'altezza, si finisce nella disputa su quanti metri quadri a disposizione del pubblico nel futuro Fontego Benetton, su quanti saranno i giorni dell'anno utilizzabili per eventi culturali...

La polemica in corso ha aspetti incomprensibili. C'è stata un'urgenza da parte del Comune di chiudere il bilancio 2011 rispettando le norme del patto di stabilità. C'era un'urgenza dei Benetton i quali avevano già speso anni fa e adesso cominciano a chiedere di avere un ritorno economico. A proposito dei Benetton, sono una famiglia che ha sempre speculato su Venezia e non ha mai lasciato nulla alla città. In questo sono degli speculatori immobiliari classici. Hanno fatto operazioni al Tronchetto, a San Clemente, al comparto del Ridotto hotel Monaco. E spesso non hanno mantenuto le promesse iniziali. Quindi sono persone di dubbia simpatia per la città. Questo doveva indurre delle cautele. C'è pure da dire che una parte la gioca anche la necrofilia dei veneziani: diciamo la verità, c'è gente che preferirebbe che i palazzi crollassero piuttosto che cambiassero. Questa è una componente innegabile e vergognosa di noi veneziani.

L'idea che possano cambiare destinazione d'uso, edifici come il Fontego, apre il tema della discussione sul che cosa fare di questi palazzi.

Noi come gruppo di piccoli intellettuali veneziani avevamo proposto di fare del Fontego una sede di conoscenza. Non so ai Benetton, ma al Comune il progetto è arrivato, visto che l'abbiamo presentato personalmente al sindaco. Credo che ci sia anche una visione miope dell'uso della città da parte di Benetton. Come ci sono i turisti mordi e fuggi così ci sono gli speculatori mordi e fuggi. Probabilmente in un progetto a lungo termine, loro ci avrebbero guadagnato molto di più sia in immagine sia in soldi. Viceversa l'idea che hanno avuto è quest'idea molto banale e terra terra di fare il restauro, affittare e vendere subito a Rinascente e soci.

Non avete avuto ascolto, anche perché non avete agito "politicamente"...

Politicamente contavamo come il due di picche. Non siamo ammanicati con nessuno e questo certamente pesa. Poi chiaramente era una proposta che chiede un piano a lungo termine. L'idea era quella di fare una piazza coperta con una serie di occasioni di ritrovo per la popolazione, ma con continue iniezioni di "cultura cultura". Poteva essere benissimo compatibile con usi commerciali ai diversi piani. L'idea era che il la fosse dato da occasioni conoscitive. Nella variegatura delle offerte veneziane c'è spazio per metterci qualsiasi cosa purché fosse chiaro che è un luogo dove si va per conoscere. Se poi vado lì e trovo articoli d'alta moda, benissimo. I vestiti di alta moda sono frutto di un'attività di pensiero. Riuscire a far vedere che sotto c'è un lavoro particolare di ricerca tecnica sui tessuti, di ricerca formale, eccetera, è importante. Sono occasioni che vanno usate. Si tratta di vendere, certamente anche, ma di vendere dando contemporaneamente un contributo di conoscenza che credo sia una cosa possibile.

Il Fontego sarà gestito dalla Rinascente che ne farà anche una "vetrina" dei marchi del lusso...

Già oggi Venezia è assediata dalle grandi marche, e siccome il progetto Benetton e Rinascente prevede un megastore di alto livello, sarà il potenziamento di una prospettiva che abbiamo già in città. Per assurdo c'è un negozio di Ferrari a Venezia. A me può pure interessare che Benetton venga qui e guadagni, ma su un progetto che serva anche alla città. Nessuno ce l'ha con il lavoro, con l'impresa privata. Anzi. Ben vengano ma non si vede perché debba essere uno a danno dell'altro. Non può essere che uno sia a vantaggio dell'altro? Più in generale proprio perché manca un'idea di sviluppo della città, il risultato è che siamo in una situazione che richiama il famoso film di Rosi, "Le mani sulla città".

Ultimamente Venezia è sulle cronache nazionali e internazionali non per le sue bellezze ma per i suoi brutti problemi: oltre al Fontego, il transito delle grandi navi da crociera, i lavori per il nuovo palazzo del cinema, collegati bizzarramente alla costruzione di una grande darsena per barche da diporto...

È molto bene che ci guardino da tutto mondo perché osservando i singoli aspetti, ci si accorge che siamo vicini alla follia. Il discorso torna alla massa di denaro circolante. Noi parliamo sempre del turismo che rappresenta il 45 per cento del reddito della città. Il porto, con l'indotto, rappresenta il 55 per cento. Non è tanto il giro dei turisti che sbarcano dalle navi, quanto le forniture alle navi, il catering, il personale, le assicurazione. Il porto è una realtà immensa, ed è una realtà a sé, di cui in città non si parla. Però produce talmente tanto, per cui appena lo tocchi, subito silenzio, basta, smettetela. La darsena al Lido? Il calcolo che molti veneziani hanno fatto è: quanta gente arriverà? Sarà gente con denaro, se hanno barche di quindici, venti metri, soldi ne avranno, e quanti ne spenderanno al Lido e quanto in città? Le grandi navi? Fino all'anno scorso navi di una certa dimensione si fermavano sulle riva dei Sette martiri attraccando a una banchina a venti metri dalle case. La lagnanza degli abitanti non riguardava la presenza delle navi ma i rumori che facevano, il fatto che non si potesse vedere la televisione per via dei radar. Nel momento in cui non è stata più usata quella banchina, c'è stata una protesta generalizzata perché tutta la gente che andava a comprare nei banchetti questo e quell'altro non ci andava più. Abbiamo ventidue milioni di turisti all'anno. Mordi e fuggi. Moltiplica per il numero dei panini, per il numero delle bibite, per il numero dei souvenir fatti a Hong Kong, ci sono certe categorie che su questo lucrano tantissimo.

Chi paga per la manutenzione della città, per la raccolta dei rifiuti lasciati da queste orde di visitatori? Ovvio che uno che fa lo psicoanalista, come me, e non ha che fare con il turismo paga le tasse anche per loro.

Gli intellettuali veneziani? Non si sente la loro voce. Da questo punto di vista è una città medievale. Ognuno ha la sua piccola confraternita all'interno della quale vive. Uno può essere membro di diverse confraternite, di quella politica, di quella accademica. Però vive lì all'interno e questo crea una rete di rapporti e di interessi, di reciprocità e di scambi, tali per cui è raro che gli intellettuali veneziani poi alzino la voce. L'offerta culturale è di dimensione tale che implica l'attività di tantissime persone. Queste tantissime persone, prima che si pronuncino contro una scelta del comune o la Biennale ci pensano due volte. Una situazione molto particolare. Nella quale anche i partiti sono a livello di consorterie.

Non ho sentito nessun politico veneziano di rilievo, per dire nessun parlamentare, dire qualcosa a proposito del Fontego...

E se l'ha detto nessuno se ne è accorto.